Chi sono

Autoanalisi

Cronistoria Familiare e Personale

e Poesie «Terapeutiche»

Cronistoria Familiare E Personale

L’alienazione di base -La famiglia

uomo da solo in una stanza buiaEra nato in una famiglia tipicamente piccolo borghese, in un ambiente educativo improntato alla severità e all’austerità dei costumi.

Il padre, nato in un piccolo paesino dell’Abruzzo da una famiglia di cultura contadina e primo di cinque figli, aveva studiato dai Gesuiti, cui era stato avviato con la prospettiva di prendere i voti.

Le successive esperienze di vita, la guerra, la prigionia, la professione di avvocato, la famiglia, non avevano scalfito il rigido codice morale ed educativo che gli era stato inculcato. Si riteneva un uomo “costituzionalmente” chiuso, convinto che questo non gli permettesse relazioni sociali proficue.

Aveva lottato contro l’astuccio dei trucchi della figlia maggiore, così come contro il suo primo fidanzato.

Anche sul rendimento scolastico era stato molto esigente, comminando severi rimbrotti per le defaillances dei figli (pur limitate dall’autodisciplina).

Amante della cultura e delle lettere classiche, vi si rifugiava dalle modeste soddisfazioni della professione, anche finanziarie, non sufficienti al mantenimento della famiglia, ampiamente integrato dagli aiuti dei parenti della moglie.

Spesso chiuso in ostinato mutismo, si adoperava ad educare i figli con l’esempio costante di riservatezza e sobrietà, solcato, sporadicamente, da lampi di vindice repressione.

Questi erano, tra l’altro, le uniche “perdite” di vento emozionale, altrimenti ben serrato e inaccessibile alla famiglia.

Nonostante l’amore per la cultura e i suoi tesori e la rettitudine morale che lo definivano come persona non comune, sottoponeva a rigida censura lo strumentario emozionale, a vantaggio del rigido ruolo di padre-educatore.

La moglie aveva ostinatamente voluto il matrimonio superando le ambizioni paterne, con la sicurezza di controllare il marito e di divenirne il tramite verso il mondo.

Sottoposta alla rigida educazione che veniva impartita alle ragazze del tempo, ( che le aveva imposto la rinuncia alla passione giovanile per il teatro), e nonostante un temperamento molto più estroverso del marito, rifuggiva ugualmente dallo sperimentare e manifestare le emozioni individuali, preferendo, sotto la maschera del sorriso, di rendere le premure di moglie e madre richieste dai suoi ruoli.

Sempre d’accordo con il marito, almeno di fronte ai figli, era gratificata dall’insegnamento, che svolgeva con passione e cura materna e che le dava modo di esercitare l’empatia e la solidarietà verso le alunne povere e “difficili” (era un istituto professionale di periferia) in un ruolo tanto amato da lei quanto ( si rammaricava) rifiutato dai figli.

Entrambi i genitori, quindi, l’uno per il rigido adempimento del dovere, l’altra per una vocazione solidale e paternalistica, si trovavano concordi e compatti nello svolgere il ruolo dì genitori e educatori; meno, molto meno, l’altro ruolo che pure era loro richiesto: loro stessi.

Ai figli veniva fornito un modello, al di là del codice di regole e comportamenti da osservare, di esecuzione del dovere, senza spazio per la parte più intima dell’identità.

Nessuno dei genitori aveva mai mostrato una debolezza, o un interesse o bisogno “privato”, intimo, o una spinta emotiva spontanea e diretta (a meno, per quanto riguarda la madre di situazioni esterne alla famiglia). Si comportavano come dovrebbe essere un genitore, non come erano effettivamente.

La nascita del conflitto – L’alienazione antitetica

Scherzo della “cacca”

(insieme ad altri compagni monelli che mi fomentarono, imbrattai, quasi controvoglia,  il campanello del portone di ingresso dell’appartamento di una compagna di scuola, con feci di cane raccolte in strada, in segno di antipatia)

illustrazione di una persona nel turbine nero di un disagio interioreLa madre non potè far altro che “relazionare” il padre sulla gravità dell’accaduto, fedele al suo dovere primario di moglie che invoca, non esercita, la potestà punitiva sui figli.

Il padre, durante un lungo e penoso “setting” educativo-repressivo, una sorta di processo in cui lui assommava i ruoli di accusatore e giudice, lo accusò apertamente d aver perso l’onore (pur riconoscendo, ma forse era un’aggravante, che era “la prima volta”) e che per lavare l’onta erano necessarie scuse riparatrici verso tutti la genia titolare dell’onorabilità offesa. Lo aveva umiliato e sostanzialmente ripudiato come figlio.

Quelli che venivano illustrati, con singolare trasparenza, erano i valori di riferimento della “famiglia”, cui con la mia violazione mi ero dimostrato indegno di appartenere:

– l’osservanza delle regole costituite, al di fuori delle quali non è ammessa alcuna realtà, tanto meno l’eversione contenuta in uno scherzo solo apparentemente innocuo;

– non possono avere nessuna importanza i motivi o l’occasione ( che pure aveva cercato di comprendere durante il mio “interrogatorio” , esperito per accertare i fatti) – la goliardia di ragazzi – dell’episodio;

– il sistema è fondato sull’adempimento del dovere, in tutte le sue forme, altri impulsi, ludici, aggressivi, ecc., comunque intimi, passionali, espressione dell’individualità, dell’estro della persona, della sua sfera di determinazione individuale, non possono trovare spazio perché lo mettono in pericolo;

– ogni attacco al sistema merita la sanzione massima, cioè il ripudio, l’allontanamento, ancorché simbolico, del colpevole dalla famiglia, il suo disconoscimento come figlio (nella cultura “sicula”, arcaica, il padre, o il marito, ripudia la donna “disonorata”, cioè violata nella sua integrità sessuale che, lungi dall’appartenerle, è invece di pertinenza e dominio familiare).

Il padre aveva un terrore fobico dell’inosservanza delle regole, temendo di poterne essere soggiogato e trascinato dalle “passioni”, in un vortice romantico di disordine e perdizione.

Punendo me, anzi “eliminandomi” come soggetto familiare, eliminava da sé il terrore delle “passioni” ( moralisticamente ritenute veicolo per il peccato e l’anarchia, suo equivalente sociale), quelle pulsioni libere dell’individuo che ne esprimono gli intimi bisogni, dei quali è riconosciuta e temuta la forza trascinante e distruttiva.

Non lottava contro di me, non faceva altro che difendere l’ordine morale e sociale (e, secondo lui, anche me. .) dalla dissoluzione, arrivando, per lo scopo, a sciogliere il mio rapporto di figlio.

È chiaro che quelle parole richiamavano m me lo stesso sistema di riferimento in cui ero stato cresciuto, che considerava valore massimo l’adempimento del dovere.

Ora mi veniva brutalmente manifestata la sanzione per la sua violazione e comminata dalla massima autorità familiare, il custode severo dell’ortodossia morale, il vindice giudice che da sempre si poneva come inflessibile fustigatore delle violazioni. Né poteva essere minimizzata la modalità della comunicazione.

La “parola” ( qui si estende tutto il potere di essa) era stata pronunciata da lui con il tono e la voce che non ammettono repliche, le stesse che sempre nel passato, avevano ridotto i bambini terrorizzati all impotenza del silenzio.

Per cui sanzione dell’indegnità, comminata nelle forme solenni del processo e adeguatamente ritualizzata con la formula tribale del “disonore”, aveva tutti i requisiti per essere subita con la massima gravità non certo per essere considerata una semplice, per quanto severa, occasione di  rimbrotti per una marachella.

Lungi dall’ attribuirle una valenza “minore”, trassi da quell’esperienza le conseguenze estreme che conteneva: da quel momento fui fuori dalla famiglia, non concretamente (avevo 15 anni), ma idealmente disconoscendo, del pari, valore di interlocutori ai genitori (ritenevo responsabile e inaffidabile anche mia madre), togliendo loro stima e negando qualsiasi comunicazione che mi riguardava.

Per loro, in un certo senso, ero come “morto”.

Rifiutai qualsiasi contatto con il padre, gli tolse ogni sorriso, nemmeno di convenienza, manifestando apertamente, seppur tacitamente, il suo radicale dissenso.

A nulla valse il timido tentativo del padre di riallacciare la relazione, peraltro limitato dalla minacciosa condizione ultimativa che vi aveva posto (“poi non te lo chiederò più … “), naturalmente per arginare la paura di sbilanciarsi verso l’ “altro” e ridursi alla scomoda posizione del “chiedere”.

A. si chiuse in un ostinato mutismo con i genitori e nelle occasioni di socialità familiare.

Sviluppo un fortissimo sentimento critico verso il genitore, considerato l’insensibile autore del tradimento ( anche lui applicava lo stesso sistema dì valori che gli era stato inculcato e che rifiutava o, quanto meno, lo stesso parametro categorico e manicheo) della fiducia in lui riposta dal figlio e, inconsapevolmente, contro tutto il sistema morale e valoriale della famiglia, al caro prezzo pero di porsene al di fuori.

Per fronteggiare la perdita o la brusca deformazione dell’identità di base, si “ritirò in se stesso”, sperimentando perdita di credibilità nel mondo abituale (de-realizzazione) e perdita di certezza rispetto alla configurazione del proprio io (de-personalizzazione).

Mantenne per anni questa posizione.

L’opposizione all’io originario, fondato sul sistema dei valori familiari, si concretizzò in queste forme alienate, l’allontanamento forzato dalla realtà e da se stesso, esprimeva la condanna di un mondo ingiusto e cattivo, rifiutato sdegnosamente.

La sua identità si esprimeva in una forte opposizione ai genitori e, al di fuori della famiglia, ad altre figure analogamente dominanti o invasive, in una percezione della realtà molto evanescente, impalpabile, sfumata, un mondo visto da lontano e con lo sguardo neutro e acritico del testimone, di cui l’inazione e la presenza non partecipe assurgevano a valori estetici ed esistenziali.

L’unica realtà “vera” è quella che non viene vissuta. La caratteristica generale è la costante atonia, lo sguardo vuoto e indifferenziato sul mondo, unico marcatore di un’identità altrimenti smarrita e orfana di riferimenti.

Fanno eccezione rari e ciclici episodi di euforia, repentini e imprevedibili, precipitati dal sommo di picchi depressivi di “mero essere”.

Anche le relazioni, così come l’impegno scolastico, sono diradati o svuotati di contenuto, ad eccezione delle occorrenze per mantenere l’ordinario.

La potenza dell’io è sviluppata  tramite l’imperturbabilità, perseguita e raggiunta di fronte ad ogni persona o situazione.

Il distacco emotivo come misura dell’onnipotenza, il cinico e sarcastico occhio del testimone inarrivabile e incorruttibile dalla realtà, cui lo separa un rassicurante e incolmabile abisso.

Il pensiero si compiace (e ne deduce una malcelata superiorità intellettuale) di sperimentare l’assoluta libertà da ogni vincolo sociale, vagando senza meta per i labirinti della mente, con il gusto della perlustrazione oziosa ma con il costo inconsapevole della frammentazione e della confusione delle istanze dell’io.

La speculazione sostituisce la guida della coscienza morale autonoma.

La rabbia accumulata per la sopraffazione subita resta sottotraccia, e sotto il livello della coscienza, salvo a manifestarsi in occasione di contrapposizione con fidanzate (e utilizzata per “scaricarle”) o altri episodi di insofferenza.

Questo stato psicologico è stato modificato con grande fatica – e solo per la parte relativa all’impegno scolastico e lavorativo – per preparare gli esami di maturità e quelli universitari, e successivamente il lavoro.

Comprendo l’effetto depressivo del mio atteggiamento e reagisco riprendendo la mia energia, anche se solo nel campo lavorativo-professionale, mantenendo l’esclusione per quello emotivo-affettivo.

L ‘acutizzarsi del conflitto – Il panico

mano poggiata su vetro opacoL’alienazione antitetica descritta si acutizza in modo imprevedibile, repentino e catastrofico dopo la morte di mia madre e la comparsa dei primi sintomi del panico.

L’estensione dei meccanismi derealizzativi, fondati sull’indifferenza cosmica ed equalizzatrice, perdita improvvisa della figura affettiva fondamentale, provoca un senso di colpa vertiginoso e insopportabile, al cui blocco provvede puntuale l’attacco di panico.

L’attacco, ancorché alla memoria, produrrebbe la demolizione della struttura familiare e affettiva messa in atto concreta della opposizione critica covata nel silenzio ostile degli anni precedenti, finalmente la “vendetta” alle ingiustizie subite, la replica, con la stessa moneta (simbolica) al ripudio  patito, la rabbia accumulata ora può liberamente trovare il canale di sfogo contro chi non può difendersi, in condizioni di “assoluta sicurezza”, verso chi è “minore”, addirittura annullato dalla morte fisica.

Il senso di colpa però sarebbe insostenibile e forse non è quella di vendetta la fame da saziare

piuttosto la giustizia, ma è da un ‘altra parte, da quella della realizzazione della propria individualità.

La realizzazione della ribellione alla prevaricazione subita, cioè alla revoca dello status di figlio (“disonore”), la messa in pratica dell’ideale attacco contro i genitori, viene effettua la vel di un solo pensiero: la tua morte non mi tocca, quindi sono “contento’ della tua morte, e così siamo pari!!

Poesie “Terapeutiche”

A PAPA’

Le mani rosse e grandi

Calme, ferme, appoggiate,

come te sulla poltrona,

scura e familiare penombra

da cui ti destavi

se mi vedevi arrivare.

Allora il sorriso era pronto

Mai più grande del vero

Che, grande e vero, avevi dentro.

Scintilla arrivava diretta

Sobria carezza, sferzata discreta

Di amore sorpreso,

muto discorso, bambino e maturo,

che dice stai certo,

 io sono con te.

Le parti son tante,

infinite le storie, in tutte però

io sono con te, affetto fazioso

compagno estremista, sostegno

se serve se pur di un  delitto.

Al posto del vecchio pigiama

Indossi con fare stilè

La tuta da sport

Che ironia! Son piccoli

i passi da fare.

Pulcino, la testa coperta

Da candido pelo sottile

Ristavi nel tuo sonnellino.

Parlavi con poche parole,

diritto nel cuore arrivavi

la testa attenta seguiva.

A volte mi muovo da vecchio,

rifaccio i tuoi passi malfermi,

ti sento così più vicino.

Ricordo i passi da insetto ferito,

il volto sereno però,

la luce da dentro splendeva.

Papà come va? Bene dicevi

Soltanto un po’ stanco il sorriso

Aiutami, detto pian piano,

ma solo davvero se puoi.

Regalo di forza di uomo

Mansueto leone mai vinto

Ricordo di vecchia fierezza

Tenera nella vecchiezza.

Antico soldato in missione

Per l’etica e l’educazione

Borghesi temute passioni

Il lusso dell’irriverenza.

Al braccio, invece del mio,

avevi l’appoggio  straniero

facevi passetti gentili

incerto se attorno alla stanza

raccogliere un po’ di speranza.

Ascolta se puoi, pur adesso,

al posto del vecchio silenzio

insieme i due nostri racconti

abbraccio diretto e sincero

di gesti, cammini, parole.

E seguimi ancora una volta,

padre mio, chiamai come

facevi nel  sonno, dimmi

che adesso sorridi e certo

pur senza perché,

sei ancora una volta con me.

ALLOCCO

Sto solitario

Davanti alla massa rovente del dolore

Sotto l’onda,

Piccolo ed indifeso.

S’è fatto unico macigno

Di cento schegge al giorno:

Tutte quelle volte

Che una parola od un sorriso

Mi fanno trasalire

E devo compensare

Quello  che vivo e quello che vorrei.

Il volto che si arresta

Divento come allocco

Sorpreso dall’evento

Turbato dal dilemma

se fare od indugiare

Chiuso in un blocco di inattività.

Non si sa mai.

Magari può arrivare

Una mano a confortarmi

Magari una carezza

Mi leva dall’impaccio

E posso ancora sorridere

Fingendo che sia merito mio.

Oppure no. Nessuno mi consola

O che si accorge della pena.

Sprofondo e attendo

Attonito, sfuggente, scivoloso

Chi non ha risolto se vuole oppure no.

Occhio sbarrato,

Faccia di lepre in neghittosa veglia,

aspetto il cacciatore:

Triste, assente, covo penoso stallo.

Fino a pensare

Che anche la vita, il piacere della vita,

sia un obbligo

che sfuggire rende liberi.

AVEVANO RAGIONE

Tutte le spasimanti

Sedotte o non sedotte

Possono consolarsi oggi

Vedendo che non fu colpa loro

Esser lasciate o nemmeno scelte.

Lo status solitario del soggetto,

Compagno, seppure in permanenza,

soltanto di se stesso,

Conforta a posteriori e fa pensare

Che lì dimora il tarlo, mica altrove,

Riguarda tutte e non una sola.

Non si poteva cavarsene alcunché.

E questo – vi assicuro – tira su.

In fondo mi condona

Verso qualcuna ma anche verso tutte:

Manco da me dipese

– proclamo sottovoce –

Se fu un atteggiamento… universale.

Non fu una colpa avuta verso alcuna

Ma il mio stile di vita

Condotto addirittura con coerenza.

Questo potevo fare e questo ho fatto:

Rappresentar me stesso

Anche in quell’atto

Innaturale e ostile

Di ricercar sostegno

In qualche sventurata compagnia.

Perché ormai l’ho capito:

La percezione della vacuità del mondo

Certi momenti è troppo repentina

Per consentir gli indugi e i tempi morti

Del vivere in comune.

Ambisco solo ritirar le armi;

Come un bagaglio che hai dimenticato,

appoggiato ad un muretto

Con aria indifferente e sguardo altrove.

Sì… mi sgomenta la prossimità!

antipensiero irrompe e spinge

a centottanta gradi dalla rotta,

un dietrofront mirato

a profanar la relazione in corso

(sempre pronta vi sia la via di scampo!):

deformità scovata su quel viso,

sentirsi mostro o, quanto meno,

Inadeguato per la socialità.

(Il mondo si fa sovraffollato

Da moltitudine vociante

Seppur con la presenza di uno solo.)

Lo sai, basta un momento, una contrarietà

Per sprofondare in rapida emergenza:

pretendo, inquieto e fragile,

che altri colmi il vuoto,

pena il disprezzo e odiosa intolleranza

(spietato esigo mi si dia sostegno).

(L’abisso che si crea

  • e smorfia assume il viso –

annulla la fiducia

posta alla base dello stare insieme.)

Aver ancora accesso alla speranza?

O invece sia opportuno

lasciarla a chi ha diritto,

legittimato per età e disagio?

Temo che infine solo il rassegnarsi

diventi la reazione più onorevole.

IL CAMPIONARIO

Se guardo veramente nel profondo

Senza i travestimenti consueti,

quello che vedo, nudo nello specchio,

è un uomo che sta solo.

E dietro, come un’ombra,

la sua incapacità di avvicinare o,

anche se fosse, di restare insieme

ad un qualcuno

che prima o poi rifugge.

Con che coraggio vado richiedendo

L’incontro ad altro umano

Sapendo che è un inganno preventivo

Che anticipa il futuro ritirarsi?

Perché verrà un momento

Che lo riterrò  troppo o troppo poco

E penserò che in fondo è meglio lasciar stare,

Cercare altrove per ricominciare…

Lo stesso giro, la stessa pantomima.

Deve bastarmi allora

Il campionario da cui non si separa

Come un piazzista l’uomo solitario:

un pasto da appetito reso ghiotto,

il vento, il sole, la luce ed i colori,

il fresco sulla pelle,

le modiche impressioni

fruibili al bisogno,

amplificate non tanto per saggezza

ma perché uniche

senza lo scambio dell’altrui parere.

E ricercar compagni

Solo come intermezzo dello stare solo,

in fondo per provarci più piacere,

giungendo infine a poco ambita meta:

che gli insuccessi, invece che rabbia o disappunto,

generano soddisfazione temeraria

per la conferma di magre aspettative.

Provo  a insinuare, nondimeno, la speranza

Che il vivere isolato serva a compensare

l’”arte” di saper scrivere versi,

in proporzione imposta dalla vita,

una specie di tassa obbligatoria.

Non si può avere tutto:

la limitata scorta che ognuno ha in dotazione

di abilità da spendere nel mondo,

per una parte pare destinata

all’opera precaria del narrare:

cogliere gli aspetti contrapposti

che l’anima segnala, e renderli con giusta fedeltà.

Sacrificando necessariamente

altri fondamenti di esperienze,

indispensabili per lo stare insieme.

Non  tengo quest’idea come illusione,

ma la consolazione estrema

da usare per i casi d’emergenza.

Mi ha sempre creato un certo disagio pronunciare il mio nome, seppure in una semplice presentazione  o per rispondere alla prima domanda quando ci si conosce.: è un nome troppo lungo, e pronunciarlo è la rappresentazione, in una sola parola, dei miei “vergognosi” saliscendi emotivi.

Ben consapevole delle difficoltà,  comincio in genere con voce impostata e tono fintamente perentorio, apro il “discorso” con orgogliosa sicurezza, anche per darmi autorevole sembianza.

IL NOME: UN RACCONTO INTERO IN UNA PAROLA SOLA

Rendo il mio racconto

Di una parola sola

Al mondo intero

Se vuole ascoltarlo

S’apre la bocca in un gesto imperioso,

Il suono della “A” dell’iniziale:

esce la voce ferma e volitiva

armato di coraggio e volontà,

dimentico di incertezza e di paura…

questa la mia consolazione

rimanda a esclamazione di sorpresa

come se dicessi “ah, però”

ammirazione verso qualche cosa.

Le belle cose devono durar poco,

Nemmeno ho cominciato a far figura

che arrivo alla “e” di Ale,

una discesa triste ma obbligata

me ne rammarico

 ma devo confessar che c’è un rinculo,

serpeggia non gradita ritrosia,

se non proprio voglia di mollare

son certo in calo tensione ed energia.

Grava la cognizione che lunga e impervia

 sarà la strada per giungere al traguardo,

quell’”andro” conclusivo ed agognato

sospiro di sollievo per la raggiunta meta:

sogno lontano e irraggiungibile,

almeno con la dovuta compostezza.

Tralicci che ostruiscono il percorso son quelle “esse”

che trovo sulla via… ci inciampo e supero a fatica…

son come sabbie mobili che frenano ed intrappolano il cammino,

rischio di perdermi e non uscirne più….

Si parte ancora, impossibile la sosta

certo minati nella sicurezza,

per arrivare alla seconda “a”,

nel vano tentativo di tornare

ai baldanzosi fasti dell’avvio.

ma voce si fa stenta, si incrina la dizione,

stanco e sbracato lo sforzo,

tardivo e inutile il rincorrere il perduto,

il già avvenuto e scorso.

Voce incrinata e commossa da incertezza.

Si avvista alfine lo stadio conclusivo,

affranti si scende l’ultimo gradino,

scossi e frustrati per la fatica fatta,

per aver perso ordine e decoro

in quel declamare sfuso e altalenante.

Stavolta invece lo dico con orgoglio,

percorro il lungo tratto con lo stesso passo,

anzi aumento di ritmo.

Non sfuggo né rinuncio né vacillo

Le losche insidie di quella parola,

che si allunga fino a dismisura.

No anzi amo indugiar tra le vocali,

moltiplicate nello svolgimento,

godendomi le chance che offrono

 come paesaggi nuovi al pellegrino.

Ogni voluta mi fa protagonista

di altro scenario e spuntano energie,

che ritenevo non avere proprio.

Rendo il mio racconto di una parola sola

Al mondo intero se vuole ascoltarlo.

 

 

INTANTO

Intanto contemplo il reale…e diviene sublime!

Umani vi fan da contorno,

testimoni di uguale visione.

Bonarie comparse che attendono il turno

– consola saperle vicine – io libero osservo,

solo alle volte, regista  discreto,

 li ammetto alla scena,

chè in altre all’intorno si perde lo sguardo,

e basta a godere del vuoto o del pieno

che forma l’orizzonte.

Ma gioia vissuta pretende compagni….

Ed ecco, di fronte al richiamo,

Subentrano pronti!

Non recano freno o fatica, dovere di dire o tacere,

sorrisi soltanto dovuti a frasi scontate.

Invece una nuova scintilla,

che aumenta speranza nel cuore… si accende!

ed al cielo, brillante, in cui già confidiamo,

si aggiunge una piccola stella.

MENO MALE

Meno male che il mondo non è fatto

di gente come me…

dispot-irasc-impaz-ego-colleri-volubile

Vendic-Astio – intolle- prepo -categoric-inflessibile!!!!!

Se il mondo fosse fatto di gente come me

sarebbe un bel problema

parlare con qualcuno!

Meno male…son diversi

lor che sono attorno a me.

Teneri, benevoli, accoglienti.

Allora ne approfitto.

Posso parlar con tutti

Sfruttar le mie…”virtù”

Per stare insieme agli altri.

Però di questo non mi faccio colpa,

se il mondo è una distesa di bontà

di pecorelle pronte ad abbracciare il lupo!

Io non c’entro niente se loro son così.

E’ stato solo un dono arrivato da..chissà.

Io mi credevo inabile perché fatto così

Invece vado bene, perché  sono così!

Meno male che è…così!!!

PICCOLI SORRISI

Noi piccoli sorrisi,

abbiam bisogno dei sorrisi grandi

di chi ci dà conforto

soltanto con lo sguardo,

di chi mostra gioia e comprensione

ma senza sconti, dicendo solo il vero

cercando il cuore con il cuore

soltanto quello, fedele.

UN SORRISO

un sorriso, uomo,

dà la gioia a chi lo dai,

a chi guarda chi lo dai

e….a te, certo, che lo dai!

VORRESTI UN CONSIGLIO

Vorresti un consiglio

Ma non sai a chi chiederlo

Non hai permesso a nessuno

Di conoscerti abbastanza

Per farsi un’opinione

Su te stesso.