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Poesie
AVVOLGIBILE
Giro l’asta che abbassa l’avvolgibile,
un brivido, prima che un’idea
mi lascia senza fiato…
che quel gesto, così come ogni altro,
sia una licenza, un lesto
ma temporaneo pervenire
da un’altra dimensione.
Un giungere da quella soglia
Per affacciarsi, sporgersi infrangendo
Lo stato di quietezza.
Ogni momento è come un farsi nuovo
Ha sempre i connotati del principio
D’iniziativa, e di intraprendenza.
Così che quando alfine
Per esaurimento
Sarà interdetto
A questi movimenti
l’accesso consueto,
Non sarà altro che tornare
A quello stato nostro
Eterno ed ordinario,
immobile e indicibile…
Senza più lo slancio fervido ed ignaro,
Trepidante ed illuso,
Di quei momenti che sembrano normali
In cui l’eterno ci presta al quotidiano,
Essendo ben sicuro di pronta riconsegna.
Gentile Francesca
Gentile Francesca,
chiara, calda e amica
color di castagna,
un guscio che non si scalfisce
con dentro il prezioso a riserva.
Mani forti e sicure di mamma,
nate a dare carezze mai date
la figura diritta e un po’ altera
ma tenera sotto corteccia,
verde legno di giovane ramo.
Girando gettavi la sfida
felice di perderla a volte,
distratta attenzione a chi ti vuol bene
vorace di sguardi e parole affettuose.
Dura ma dolce nel dire i tuoi no
nessuna carezza ma amore
mi hai dato pur senza volerlo,
illusa, volevi fermare
con gesti e parole
la mia di illusione,
fu vano però.
Sorriso splendente, un po’ vano
pauroso di dire e non dire,
capriccio, bambina golosa,
di facce attraenti e persone.
Pronta a veder la bellezza,
per farne che cosa, chissà.
Ti vedo, il viso portato
con fiera baldanza,
onesta con sguardo ribaldo
passavi veloce e leggera
con stile deciso, sicuro,
a volte, venivi da me.
Sorpreso, felice, allibito
ti ritrovavo da me,
a dire, non dire, a parlare,
parole carine per me,
ma che era tardi, era ora
di allontanarsi di nuovo.
Stordito, buttato nel centro,
sapevo che a nulla portava
seguirti così da vicino,
se non ricadere, col brivido,
di nuovo per sempre quaggiù.
E dimostrare, tuttora,il sogno,
da dolce a struggente, migliore
d’infame realtà.
Chioggia
Sorpresa: entrare in città
Sfiorare passando le strade e le case
Crescente euforia contenuta
da cauto stupore.
Si insinua il sospetto gioioso
Che ancora una volta
La vita ti faccia il regalo: stupirti!
Le costruzioni dell’uomo,
in forme diverse – in comune la pietra
ed il tempo a durare-
l’aspetto gradito alla vista
ammirata dall’accostamento.
Tornare al mattino:
la luce che sveglia i colori,
il mercato del pesce,
le calli e i ponti bianchi,
spazi assolati e operosi,
accanto ad ombrose astinenze,
pregustare, con sobria ingordigia,
il piacere di nuove esperienze.
Mille stimoli tenuti a bada,
musica dolce in ascolto
di chi si prepara a danzarla,
godere discreto l’attesa
a vedere, toccare, sentire,
la quiete serena del pupo
cullato da braccia amorose.
Non fare nulla,
il mondo passa accanto.
Campane a distesa
comandano ai cuori: risorgi!
C.H.I.V.A.
(questo il nome in gergo medico dell’intervento chirurgico alla gamba)
Presentarsi all’altrui vista
Con tre vene in meno
E proclamare fiero: son cambiato!
Un uomo nuovo è quello che vi appare…
Dopo la rasatura, raccomandata nei preliminari,
ritrovare la gamba liscia e glabra di bambino
ove si scorge – è facile scoperta –
l’impronta dello stampo familiare.
Camminata sinergica
(La musica canticchio sottovoce)
Viene in soccorso per vincer la paura
nell’anticamera di sala operatoria
e stimolare forza e convinzione.
Divento euforico, scherzo col chirurgo
Mentre non visto l’arte sua dimostra.
Succede che però, tornando a casa,
Al posto del sollievo sospirato
E l’euforia dell’ansia ormai alle spalle,
una malinconia subentri non prevista,
uno sconcerto di anima turbata.
Che arriva persino a sconfessare
il coraggio di andare sotto i ferri,
come fosse impostura messa in atto
per provocar sorrisi
postumi e ammirati dei compagni,
(pur non ammessi al fatto)
per l’ardimento stracco e ormai tardivo.
La quota che mi spetta
Del soffrir del mondo: è a questo che mi accosto
(fingendo svagatezza)?
o, peggio, e inconfessato…
soltanto un bizzarro diversivo?
Però non si sa mai,
per questa grande prova esistenziale
Non fo salti nel buio
L’affido a mani esperte
e il posto in cui si svolge
ha un nome poco eroico: ambulatorio!
L’orgoglio spudorato di tornare
All’illusione della giovinezza,
a una salute degna di quel tempo,
come fosse una visita di leva
che mi dichiari abile e arruolato
– invece che al servizio –
al pieno godimento della vita.
Oppure, forse, l’intento di ricercar piacere
Ingiusto e consapevole
nella convalescenza…
E dimostrar che ostacoli non fermano
A differenza d’altre volte e d’altri tempi.
Oscura e solitaria prova di coraggio,
una specie di jumping assistito…
Un autolesionismo autorizzato
ed affidato a terzi, forse
da un dandy in cerca di emozione:
Tutto per compensar con sanità di corpo
L’imperfezione della solitudine.
Ma il piccolo torto subito
Sotto forma di paura e sofferenza
Non basta per accampar nuovi diritti
Col mondo e con la vita
né reclamare in cambio
spicchi ulteriori di felicità.
23.2.2005
Auto
Come molecola scura nella vena
Scorre sui viali notturni;
A bordo l’affannosa mezza età.
In superficie, curioso traffico di idee
E moventi; silente invece e immobile,
– parete di insondabile materia –
Il blocco integro e profondo
Della restante, più verosimile, totalità.
LA POESIA E’ UN “NO” A TUTTO QUELLO CHE NON E’
Azzurro
Limpida, chiara mattina
Voci di bimbi lontani
E tonfi marini.
Tamburelli e altri giochi da spiaggia.
Luce diffusa dipinge l’azzurro
Di cielo e di mare.
La strada è quella di casa
La strada è quella di casa
Le vie si susseguono amiche
Arrivi sei in macchina,solo.
Fermo il motore,
i gesti son sempre gli stessi
danza ritmata di braccia e di gambe
girare la chiave, frenare,
sterzare il volante, accostare.
Di colpo anche il corpo si ferma
Rientra l’impulso di fare
-Portiera che s’apre-
Aiole, alberelli, vetture,
un segnale stradale lontano,
immobili non casuali
file di oggetti ordinati
si mostrano dal parabrezza.
L’odore di macchina evapora
Scendo in punta di piedi
Per non rovinare la scena.
Errori d’Oggi
È inutile cercare di capire oggi, gli errori d’oggi.
Lo saprò domani.
Però sapere questo
Mi induce, se non altro,
alla prudenza,
ad evitare la protervia certa
di essere nel giusto.
La Donna e la bestemmia
Ti biasima con sdegno trepidante
Se ascolta una bestemmia….
E sembra che veramente il mondo
-tutto- sopporti a malapena
il peso e il sacrilegio dell’ingiuria…
Per non parlare del destinatario.
Ma non tanto per lui,
chissà se c’è davvero…..
è proprio che è una cosa sconveniente
fatta per sovvertire l’ordine creato!
E lei non vuole tu ne sia l’autore,
ti macchi di una colpa così grande.
Ti vuole preservare e, insieme a te,
il rispetto tuo pel mondo e, in fondo,
per te stesso, maschio che, per definizione,
osi laddove invece, c’è solamente
da chinare il capo.
Figliolo irriverente ed idealista
Pensi che esista un dio da contestare,
invece che una vita da sudare!
Come una mamma
Che conosce bene la vita
Per avertela donata,
sa pure che è utopia farvisi contro
o solo ribellarsi con un grido.
Impari Lotta
Sostener l’impari lotta con chi ignora
è il dubbio privilegio di chi sa.
Strano potere che spetta al veterano,
che per formar la recluta non può che rinunciarvi,
Mostrando un sé che invece si fa pari.
La soggezione che non sottomette,
ma che invece di opprimere ti libera,
Lo sguardo dritto agli occhi, mai dall’alto in basso
Dov’è costui che trova la pazienza
Per tollerar gli sbagli dell’allievo,
le infinite prove, le ripetizioni,
i piccoli successi provvisori
di cui fa vanto quando li racconta,
trepidante come fossero i passi di un bambino
che impara a camminare, le illusioni?
E tu che già lo sai
Invece di mostrar sussiego e noia malcelata
ed abbracciare più giuste nuove sfide
Che vita tua richiede,
commetti il folle amor di replicare
cammini già percorsi
seguendo quelli delle nuove leve…
chi ancora annaspa e guada
mentre tu osservi già dall’altra sponda.
Puoi farlo? A te cosa ne viene?
Può sostenerti l’incoraggiare altrui?
Può darti nuova linfa?
Come puoi perseverar lo sguardo
Su quanto già conosci (vissuto mille volte)
E trasformare il cruccio del passato
Nella speranza d’oggi, e tramandarla ai nuovi?
Forse bisogna solo d’esser santi
o almeno un poco folli.
il corpo e la pelle
(Il corpo…. a pensarci bene…
Non è che un insieme di piccole cose
attaccate, che si toccano.)
Cellule vive contatti a miliardi!
Appoggiate l’un l’altra
Come spalle in un nido di ronda.
La pelle ci mantiene in contatto con l’esterno
Attraverso gli stimoli tattili….
Nello stesso tempo contiene e protegge gli organi interni
Mentre svolgono le loro funzioni
E tutto quello che succede all’interno…..
Si stende la pelle mutevole, chiara,
liscia prolunga che avvolge
la carne a noi umani.
Schiume sanguigne, tortuosi condotti,
membrane leggere e tremanti…
racchiusi all’interno!
avvengono moti impetuosi e linfe sorgenti,
tempeste vitali, confluenze di impatti epocali
di fluidi ed essenze!
La grigia armatura sostiene l’intero,
Immersa in coltri di umori…
Un piccolo cosmo di eventi
Formato da stille.
Eppure all’esterno rimane
Una foggia leggera, solo sfiorata da brezza,
timida… prova a godersi
– Consolazione rivolta al futuro! –
i dolori scampati di oggi.
Dimenticando che ancora
né pelle né cuore possiede
Il manichino che amo.
Pratica Yoga
(Nella pratica yoga…il corpo…
è sottoposto a posizioni
e movimenti insoliti
che inducono sensazioni particolari)
Tutto si fa rallentato….
come orchestra diretta da anomalo ritmo!
cadenza studiata, di un grado soltanto più lesta
Rispetto allo stato di quiete.
Il docile corpo esegue il comando
(mentre la mente – mandante –
soltanto vi assiste)
garzone premuroso e spensierato,
senz’altra pena in cuore
che il semplice dovere di obbedire.
Un punto è contratto ed un altro si allunga,
masse addensate e profili distesi
si alternano senza finire.
A entrambi il piacere è donato equamente,
Sebbene con trama diversa.
Autorizzo le fibre a godere l’insolito stato,
in silenzio le sento esultare
per la diversa postura…
Grate per l’occasione inattesa!
Due polpastrelli si sfregano appena…
Premonizione ed idea
Di fiera energia potenziale.
Il corpo è appoggiato,
cullato dal suolo,
e il solo contatto diviene massaggio sapiente.
La postura è di immobile salma…
anche la mente si ferma,
il testimone contempla e percorre l’intero volume
Le membra rilascia e ravviva,
Perlustra lontano, fino alle piccole dita.
Ascolto semplici suoni di vita
venire da fuori, una macchina passa veloce,
un cane che abbaia, una voce lontana,
sfondo sonoro accompagna
un momento di pace…
e lo rende gioioso.
Promana da dentro e ritorna –
il flusso-respiro vitale.
5.9.2012 Padova
Straripantemente
Certe volte sono così straripantemente
e irriducibilmente felice
che tutto sia vivo intorno a me!!!!
Soltanto che esista…..
E che io ne faccia parte!!
Quando si vede donna
Provar, quando si vede donna,
più che implacabile attrazione,
lo sguardo acquoso e languido del vecchio.
Che si concede il lusso di gradire,
o al più non detestare,
quello che vede, che conosce o pensa,
stimando tutto come irraggiungibile.
Lo stesso sguardo tenero
E pronto a commozione
che si rivolge
ad una mamma col bambino
e ogni altra maternità in natura
che sia il cerbiatto, l’orsa, o il maggiolino.
Ottobre
L’aria è leggera pe’ vicoli e quartieri
Ancora te convince a magnà fori
In compagnia dell’urtimi turisti.
Piazza Pasquino t’accoje volentieri,
gemma niscosta all’ombra del Navona,
pare n’salotto senza le pareti.
Voci straniere ar tavolo vicino
L’organetto che n’tona Franksinatra
La carta del menu senza rumore
S’arende ar venticello che la piega.
Mi guardo attorno e quasi con sospetto
Assumo n’espressione strasognata.
La vita me soride o quanto meno
Fa piagne quarcun artro e nun è poco…
Tutto se ferma e in quer momento
pieno de maggìa, pur’io trattengo er fiato,
non vojo rovinà l’atmosfera
che stammatina er core m’ha rapito.
Sussurro piano piano ar cammeriere:
peccato sta’ grijata sa de frigo!
Notti d’Estate
Le notti d’estate
Crepita e schiocca lontano
Il getto della fontanella
Fedele compagno al silenzio
Di mille e una nascoste realtà.
Mi sento un vero uomo…
Se per “Uomo “ si intende
una fragile creatura
Condotta a forza sopra una tradotta
Denominata Terra,
spedita a folle corsa nello spazio,
dispersa come briciola nel cosmo
(manco ci fosse un guidatore accorto.)
Se l’Uomo è un viaggiatore
Ma ha un biglietto solo per l’andata.
Se non conosce come andrà a finire
Anzi lo sa…persino troppo bene
Se si può dire “Uomo”
chi piange il suo destino,
e scopre altri compagni,
murati nel medesimo convoglio,
cui pure non è dato
cambiare meta al viaggio, nè il finale.
Allora sì lo ammetto:
mi sento un VERO UOMO!
Perché quella precarietà
Fa il paio con la mia
Incertezza di individuo
Ed ogni volta l’una
Richiama e induce l’altra,
che quasi le confondo
e danno unica pena.
Quell’Uomo stesso
– ma forse troppo tardi –
comprenderà
che l’essere con-sorti
buon vicinato impone
e rende amico un volto
che prima riteneva
dolorosa compresenza.
La fratellanza pare non sia….
Un’opzione assecondata da virtù
Ma un fatto obbligatorio
Causato dall’essere compagni
Di un viaggio che non ha ritorno.
Ci stiamo amando per necessità?
Non mi sorprende:
siam esseri mortali e solitari,
dove altro cercar consolazione
se non in simili e disperati umani?
Forse non toglie il gusto,
anzi l’aggiunge…
E però a volte ammetto
stona sorridere al compagno,
se in cuore non c’è altro che dolore!
E’ allora che mi sento sconfortato
dall’obbligo, guardandosi negli occhi,
di sembrare quello che non sono.
Questo posso mostrare:
soltanto l’imbarazzo di sapere
– e non poter svelare –
quel destino amaro.
A meno di assumersi
l’ingrato compito
di metterlo in comune:
addolorarsi insieme, offrendo perdizione?
Chissà se quello è amore,
o il braccio cui aggrapparsi per non precipitare.
Voi che intendete
Dalla terrazza dove vi conduco,
scorgete ben altro panorama
rispetto a quello scorcio
che io vi proponevo.
Voi che intendete anche quello
Che non so di dire,
Grazie per insegnarmelo di nuovo
Perché io alfine lo comprenda.
Condividendo le lacrime
che ancora ho da versare.
Vivande
Vino, salamini, cioccolata,
li vedo da lontano…
whisky, sacher, parmigiana,
desidero con gli occhi e con la bocca…
creme, patatine, maionese
ed altri cosiddetti nutrimenti…
tutti li invito alla mia mensa
eppur non li consumo.
Lo scopo è fare mostra
Di aspetto appetitoso e ghiotto,
profumo irresistibile.
Affinché quella presenza appariscente
Dia maggior risalto
Al vitto semplice e modesto…
Più adatto forse ai frati.
Renda onore cotanta dovizia
a quella povertà, e faccia quasi eroico
il gesto di rinuncia.
E ogni volta dia decoro e orgoglio
a scelta rinnovata.
Cocente sia lo smacco alle vivande
Malsane e prelibate:
Comprende sì il subire
L’aumento fascinato di saliva,
Ma poi le fugge e ignora
con spregio e indifferenza,
rinvigorendo ad ogni altra rinuncia.
Medaglia sul petto del soldato
Che ancora sceglie il fronte
Invece che vigliacca e prelibata retrovia,
e quel rifiuto esalta la scelta del contrario.
Estremo disonore agli alimenti
Gustosi e succulenti, come un nobile
Cui si renda reverenza
e poi si ignora e sprezza,
per preferire invece modesto mendicante.
Offrire, e pure sia, dovuta ammirazione
Al nobile lignaggio,
pagarvi pegno,
quasi subir la giusta soggezione
per quel piacere che può provocare,
la voglia irresistibile,
persino quell’oblio che può donare.
Tutto si riconosce.
Ma tutto viene accantonato
Anzi proprio nel massimo momento
In cui ti appresteresti ad assaggiarlo
In cui più forte è stimolo al piacere,
Stai convolando a nozze
Con la materia ricca, sapida, insidiosa…
rifiuto secco ostenti sull’altare,
e con dispetto ritiri l’adesione
Di punto in bianco, quasi per oltraggio.
Invece, convogliato a saggi voti,
comprendi che non ti muove rabbia
o sorda cupidigia di demolire l’altro,
seppur fosse solo oggetto commestibile.
No!
Si volge tutto invece in positivo
Per confermare più eroico quel soldato,
che esegue la consegna, conquista la virtù,
disconoscendo astute vie d’uscita.
L’ignoto milite che schifa le lusinghe,
ignora le mollezze,
i comodi piaceri, rifugi e i sotterfugi,
per abbracciar – la benda sulla fronte –
dovere duro e eroico, amaro e generoso
di scelte, anche nel cibo,
gratificanti oggi per esserlo soltanto nel domani.
Risparmi l’energia per destinarla
a più onorati scopi, e ne rimanga pieno,
pronto a progettare incontri e nuove sfide:
invece che il triste meditare,
svuotato e senza forze.
Mangiare sano come cucchiaiate
Di un elisir che rende irrevocabile
Raggiunta sanità.
Ed ogni volta l’astinenza fa rincarar la dose.
Al posto di consumare il credito acquisito
Se ne crea di nuovo, ancora superiore
Come un solco che aratro ha costruito
E invece di ricoprir con nuova terra
Lo scava più profondo.
La pratica della virtù preservi
Da futuri danni,
Acciocché il male alfine ceda l’armi,
E il corpo torni sano!
Vista dall’alto
Crediamo sia passato tanto tempo
50…100… 200 anni fa
L’epoca che sembra remota e polverosa.
Ma è solo una scheggia della storia
Se confrontata con lo spazio-tempo.
Estrarre da quel corso infinito
Un evento, una singola nascita, una morte.
Cosa è successo? Niente.
Nemmeno un palpito trapela dallo sfondo.
E tuttavia insistiamo ad isolare
quella parentesi di vita
che a noi sembra essenziale.
Vista dall’alto l’umanità è silente
Il mondo tace.
Appartati lo spiamo muti.
Ci interroghiamo su quel che vi succede:
Visto dall’alto è sempre stato uguale
Non fa supporre i grandi cataclismi
Che sono capitati,
nemmeno le piccole baruffe.
Tutto sembra ignoto ed inespresso:
osservato dalla stratosfera
Tutto appare immobile e come riservato.
Non c’è traccia di eventi.
C’è la contemplazione
di un unico momento,
non esiste il tempo a misurare
i cambiamenti dello status quo.
Nuvole a ricoprire quello che
Tanto è inutile svelare
Racchiuso il tutto dentro l’unità.

