Chi sono

Biodanza

Relazioni e Poesie

Superato il panico, con la biodanza, affrontai principalmente la dinamica relazionale ed i rapporti amicali e sentimentali. Questa disciplina/pratica , fondata da R, Toro, si autodefinisce “poetica dell’incontro” e promuove, attraverso danze libere ma con temi musicali selezionati e mirati ad indurre specifiche emozioni, il contatto, l’affettività, la spontaneità. Attraverso la scuola di formazione per insegnanti di Biodanza, mi sentii molto più sicuro ed intraprendente nelle relazioni, che diventarono una fonte di piacere ed mutuo affetto.

Si riportano alcune relazioni individuali scritte, redatte al termine dei seminari ed alcune poesie ispirate dalle stesse esperienze.

 

Relazioni

 

Relazione individuale, maggio 2012

VETERANI

Sperimento la determinazione di perseguire il mio obbiettivo (posizione generatrice) di stare (bene) con gli altri, nelle relazioni.

Mi sembra che questo obbiettivo non possa avere condizioni, ma caso mai soltanto un costo.

Non può avere condizioni perchè è un elemento essenziale della vita, non un elemento extra, un di più, una cosa accidentale che capita, come privilegio imprevisto, a chi invece normalmente sta da solo.

Questo ho imparato nell’infanzia, che normalità (anche se costretta) era la solitudine, o meglio l’isolamento reso necessario dall’incapacità di mettermi in relazione con le figure fondamentali (padre e madre) e anzi la necessità di strutturarmi metodicamente in questo modo.

Prendendo le distanze, giorno per giorno, episodio per episodio, incontro per incontro, da qualsiasi relazione stabile.

Anzi no, non è che evitavo di approfondire con ogni persona, di più e oltre: evitavo quello stato di vita nel quale sono ospitate le relazioni, sono accolte le persone. Quell’habitat affettivo, quella predisposizione emotiva, ma direi pure fisiologica (Biodanza me lo dice) che ti fa essere in condizione di porti verso l’altro e di accogliere l’altro.

Cioè in primo luogo, di considerare se stessi capaci (Creusa l’ha detto tante volte, dire “non sono capace”, “non sei capace” è la patente di farsi fuori, fare fuori, escludere, non darsi la possibilità, NON PROVARCI) di stare con gli altri come giudizio che matura su se stessi per il fatto di vivere l’esperienza della relazione buona e soddisfacente.

Senza quell’esperienza, quel giudizio, non nasce un po’ di sicurezza per sostenere i rapporti e d’altra parte senza sicurezza non nasce il giudizio.

Questo ho perso e non ho avuto, l’esperienza delle relazioni e la comprensione che questo comporta anche un COSTO, un dare/avere, una disponibilità, a volte una rinuncia o un impegno che però va bilanciato, gestito, AUTOREGOLATO!!!!

Scambiato anche, però non dovrebbe essere mai evitato o negato, pena l’autoesclusione, la rinuncia ad una normale, ordinaria vita affettiva.

Cioè penso che in uno sviluppo sano questi insegnamenti, queste esperienze, sono normali, non si pone la scelta tra vita con le relazioni e vita senza relazioni.

Si pone solo il problema del COSTO delle relazioni e piano piano si cerca di imparare a minimizzare quel costo e ottenere il massimo beneficio (piacere) affettivo ed emotivo.

Io no, io ho fatto ad un certo punto la scelta di rinunciare a tutto il piatto, non ho posto condizioni per riuscire ad accettarlo, e viverlo meglio; no, la mia “soluzione” è stata più radicale, doveva tagliare il problema alla radice, non correre più il rischio di soffrire nuovamente per qualche aspettativa delusa, per qualcuno che non mi aveva compreso, o mi ha fatto soffrire.

Allora la scelta di oggi è (questa sì è una scelta!!) tra continuare ad agire in base a quella vecchia scelta, utilizzando ancora il meccanismo (ormai superautomatico!) di (auto)esclusione, oppure dire basta (si può?) e comunicare ad agire in base ad altri obbiettivi.

In primo luogo quello di VOLERE buone relazioni, VOLERE star bene, godersele, e affrontare il costo, se c’è.

Nel mio caso, lo sapete già, intervengono a volte pensieri negativi, di controllo, di gelosia verso i compagni, di denigrazione o disconoscimento, e fanno quello che io gli ho insegnato a fare, svolgono il compito che io gli ho dato tanto tempo fa: non permettere (ma abbiamo detto DATTI IL PERMESSO!!) di costruire quell’habitat, quella vita CON, invece dalla vita SENZA.

Ora mi dico: vabbè questi pensieri non vogliono andare in pensione (ora è stata anche alzata l’età pensionabile, pork…), vogliono continuare in servizio permanente effettivo, (chessò…. pensando a quali riconoscimenti di carriera…), ma io NON VOGLIO farmi condizionare più di tanto, anzi per niente.

Ok ci sono (meno di prima però….) ma non mi sviano dal mio proposito!

E allora quando arriva il mio “amichetto” pensiero negativo, non me ne faccio una colpa (beh, sarebbe il colmo, oltre il danno, la beffa!), non gli vado contro, è solo un reduce, un veterano che porta le ferite della battaglia, persino meritorio per i meriti acquisiti sul campo di battaglia della sopravvivenza di tanto tempo fa.

E allora lo accolgo, con tutti i suoi cerotti, le bende con le ferite, il cappotto liso e malandato, e lo lascio lì, un piatto di minestra al massimo, ma non mi serve più, va bene hai fatto quello che dovevi, ora però devi ritirarti in buon ordine, persino con l’onore della armi!!!

Allora quel pensiero NON MI FERMA.

Arriva, lo sento, ma procedo oltre, vado avanti perché il mio obbiettivo è un altro e voglio perseguirlo ad ogni costo.

Anzi ho visto che prendere l’abitudine di stare centrato sull’obbiettivo (STARE BENE CON LE PERSONE), trascurando corpi (o pensieri) estranei, aiuta a raggiungere l’obbiettivo stesso, l’esperienza di oggi SUBENTRA all’esperienza di ieri, può succedere!

L’uomo è creta plasmabile e può essere che la nuova realtà prenda il posto della vecchia!

Mi pare che lentamente questo famoso costo si riduca e diventi più leggero…

Io comunque…..CI PROVO!!!!!!!!

In che modo? In quel momento, per non farmi bloccare dal pensiero negativo, lo lascio da parte e procedo ad un pensiero positivo, anzi un’azione positivo, uno sguardo, o mi abbandono al gruppo, semplicemente continuo a fare quello che sto facendo (es. ronda) stando con la mente leggera, fluida, che procede senza farsi bloccare dall’ostacolo che si trova di fronte.

L’esperienza sopra descritta è maturata nella pratica della posizione generatrice (braccia incrociate a sottolineare la forza, la dignità, l’impegno, il valore, la lotta per difenderlo, l’identità, la consapevolezza, la sicurezza, la protezione di sé e degli altri)

GITA ALLA DOMENICA – LE FRECCE TRICOLORI

Determinazione, altro che…..

Volontà, precisione assoluta nell’azione, sono talmente votati, dedicati, a quel risultato, nulla può frapporsi come ostacolo.

La determinazione nasce come direzione unica, “vedere” solo il punto di arrivo, quindi come movimento emotivo istintivo di insorgere-risorgere verso un risultato, poi si ramifica nel dettaglio più minuto, attrezza la mano e la guida nel più raffinato dei movimenti, fino alla più lieve sfumatura.

Nel volo delle Frecce tricolori, ogni aereo è qualche tonnellata di acciaio alla massima potenza di velocità. La determinazione è visibile pure a 5000 metri di altezza!!

Sono giganti indomabili, eppure si vedono manovre fatte necessariamente in punta di dita, con le pinzette: il mostro, dopo traiettoria folle, assesta le ali e si posiziona docilmente nella formazione.

E lo spirito di gruppo! Ognuno si sgancia e si produce in assolo vertiginosi, di acrobazie, movimenti (a proposito di movimento e relativa tabella….ma che “movimento” è quello supportato da macchine????) audaci e repentini, capovolte, voli rovesciati, che sembrano improvvisazioni folli, poi torna in squadriglia, mansueto come un vitellino da latte in cerca di poppata insieme ai compagnucci (cucciolotti anche loro….) che lo aspettano!!!!

Che emozione il fragore del boato, che commozione lo spirito di servizio, l’intraprendenza, il coraggio, che arrivano diritti al cuore!!

SEMINARI – NOTIZIE DALL’INTERNO (MIO)

Cominciamo ad approfondire alcune conoscenze con i compagni, si sviluppano attrazioni, qualche volta in modo inaspettato.

Quella che era nata come un’amicizia, una frequentazione “innocente” (diciamo nel senso “tradizionale”, perché per biodanza lo sono tutte!!!), ci si accorge all’improvviso che si è formato un sentimento più “esclusivo”

Poi ancora, magari ti accorgi che non può funzionare come rapporto a 2 e torni all’amicizia, però rimane l’affetto e il legame stretto.

Si sperimentano modalità varie di relazione, avvicinamenti, senso di stima che si approfondisce lentamente per persone che prima si evitavano o si tenevano distanti. Le “scopri” piano piano.

E sperimenti il dinamismo, la trasformazione, il rapporto può modificarsi, senza traumi, posso “interpretare” (=vivere) ruoli diversi, in modo sereno e incolpevole, perché spontaneo.

Ogni volta manifesto emozioni e pensieri, come li sento, sinceri, e automaticamente i rapporti assumono un contenuto diverso ed adeguato.

Senza bisogno delle strettoie del pregiudizio o della forma obbligata (amicizia, coppia, flirt)

Le possibilità sono infinite.

E’ chiaro che c’è l’incursione verso una possibile coppia, ma senza forzature e programmi da rispettare.

Rispettando solo le esigenze dell’altro…quando conosciute o conoscibili, e accettabili.

CINEMA IN TV

Proiettano “Una giornata particolare” di E. Scola, storia d’amore impossibile tra una madre di famiglia bistrattata e un omosessuale perseguitato dal regime fascista (Loren-Mastroianni).

A proposito di integrazione erotico- affettiva, loro, nonostante tutto, si amano davvero!

VARIE

Un pensiero, uno sguardo, bastano ad annullare una persona, annichilirla, a eliderla in radice togliendogli diritto di cittadinanza nel (mio) universo.

Un giudizio che lo rende mostruoso, sbagliato, OUT e quindi escluso da un confronto pericoloso, minaccioso.

Esperienza danza libera in tutte le direzioni: impressione di apertura della porta del recinto e posso andare dove voglio!! Come un cavallo lasciato finalmente senza briglia: corre libero e felice!!!!!

Movimento fianchi di Creusa: fortissima energia, “succo” concentrato di femminilità e vitalità, non solo attrazione erotica, ma seduzione di vita, ammirazione….

Personalità di Creusa: dolcezza per conquistare; fermezza nel convincere sui principi

La vita poi finisce, il momento per fare le cose PASSA, come una pratica di biodanza!!!!!

Relazione individuale, giugno 2012

OGNI PERSONA E’ UNA STORIA!!!!!!

Una persona non si può definire con una parola o un’espressione del viso, o un’alzata di spalle..

E’ una realtà complessa forse misteriosa, che si può provare a raccontare; la storia, con i suoi contrappunti, è un modo per avvicinarsi un po’ di più alla realtà.

Mi viene in mente una persona del gruppo che…. “mi è antipatica”…penso in un primo momento…poi capisco che….ha fatto una cosa antipatica…poi ancora dico tra me….sì però ha fatto anche altre cose simpatiche e carine e positive….è anche una persona simpatica e carina e positiva…..è anche una persona che ha dentro tutto questo e chissà quanto altro!!!

Per cui, quando mi chiederanno di una persona: come è per te?

Io comincerò a raccontare, non con uno schema, né dall’inizio, né di quella persona o di un certo fatto in particolare, comincerò a dire di lei e di me, evocando fatti, sensazioni, percezioni, avventure, contrasti, affinità, incomprensioni, antipatie, solitudine e solidarietà….

CANZONE

La canzone….emozione….mi torna in mente il gruppo che canta, tutti insieme, le voci unite seguono la melodia e le parole del karaoke, fanno unica suggestione, il ritmo lento e solenne della musica, le parole….tutto fa una celebrazione (sì…forse anche nel senso sacro che questa parola ha), un elogio, un omaggio agli insegnanti.

Alla fine il gruppo mi fa un’ovazione, scandendo il mio nome….mi ritraggo ma sono felice, anche se è quasi troppo forte e ho bisogno di nascondere il viso dietro le spalle amiche di un compagno…anche adesso mi sembra che l’emozione sia troppo forte e sento una stretta nella pancia…però è stato bello….che tutti interpretassero, cantassero una cosa MIA, una creatura mia, nutrita e coltivata, anche se con poche cure (perché è un testo elementare e costruito con poche rime…), ma alla fine il risultato è andato oltre.

Doveva essere una canzoncina carina e simpatica da cantare a fine corso per festeggiare tutti insieme, una carrellata goliardica e un po’ ironica su tutti gli insegnanti esterni che abbiamo avuto, un modo per ricordare, sotto forma di “storia”, piccola e concentrata in una strofetta, quello che mi è rimasto impresso di loro, ma soprattutto un modo simpatico per ricordare un anno di tanta varietà di insegnamento, chiaramente condito con un po’ di ironia che non si può mai lasciare da parte, pena la riduzione della realtà, la sua rappresentazione solo parziale.

Il curioso è che quella canzoncina ha piano piano cambiato fisionomia, prima ancora di venire alla luce, quando alla carrellata dei relatori si è aggiunta la parte su Gil e Marinella, poi sui facilitatori, e alla fine i ringraziamenti del gruppo, insieme al riconoscimento dei suoi progressi.

Quindi la “creatura” ha assunto una vita propria, evidentemente non bastava il semplice ricordo affettuoso e scherzoso dei relatori, è diventata – quasi di sua “volontà” autonoma – un resoconto partecipato e commosso della scuola del primo anno.

La parte dei sentimenti si è largamente presa il suo spazio, “rubando” quello del semplice sorriso, quasi inavvertitamente è emersa dal cuore, senza sforzo o premeditazione…

L’aggiunta della musica (ma in effetti la canzone nasce da QUELLA musica, che guarda caso è una LODE, presa in prestito dalla chiesa cattolica, “magistra” in queste cose…) e il commento delle immagini, la rendono particolarmente evocativa e celebrativa, mentre l’accostamento tra “ironico” e “serio”aumenta la partecipazione emotiva, rendendola più accessibile e “umana”.

Alla fine diventa un omaggio vero e sentito agli insegnanti, che infatti la ricevono con commozione, attribuendola a tutto il gruppo.

All’inizio resto un po’ perplesso da questa interpretazione, non tanto per rivendicare un copyright esclusivo (già il riconoscimento per “acclamazione” mi ha messo in difficoltà…), quanto perché penso che il sentimento di riconoscenza tra allievi e insegnanti debba essere basato ovviamente sulla massima sincerità.

Poi vari compagni mi rassicurano che il gruppo l’ha fatta propria “di fatto”, cantandola commosso e unito, e rimanendo coinvolto e partecipe nell’esprimere quei sentimenti.

Del resto alcuni compagni, dopo aver letto solo il testo, avevano già espresso consenso ed entusiasmo con precedenti email.

Mi godo le espressioni di Gil e Marinella mentre ascoltano le parole ironiche che fotografano bonariamente i vari relatori e….mi rendo conto che le poche parole a loro (G. e M.) rivolte hanno descritto quello che io sento per loro, che poi è quello che tutto il gruppo sente.

La cosa che più mi colpisce è che la canzone ha espresso più e altro rispetto alle intenzioni iniziali, che è diventata una cosa diversa e addirittura ha cambiato (ampliato) paternità e autore (gruppo).

Sono consapevole (e un po’ spaventato) di essere stato la voce del gruppo!!!!

E che mie emozioni possono essere non solo le stesse del gruppo, ma esprimendole, posso contribuire forse a renderle chiare al gruppo stesso, fruibili e condivise a tutti, promuovere una consapevolezza maggiore e quindi, indirettamente, anche un’evoluzione spirituale.

E questo può valere anche per le poesie o gli altri scritti, che ho il dovere in qualche caso anche di diffondere, non trascurare per falsa modestia o paura autentica di apparire!!

VITALITA’

E’ il primo elemento che precede tutti gli altri: smalto, resistenza, tono muscolare, ecc. senza questi non si possono vivere nemmeno le altre “vivencias”!!

Importanza della buona alimentazione, dovrei avere sempre un invitato alla mia tavola : la MODERAZIONE!!!!!!!

Lo smalto, i riflessi fisici, il buono stato di salute sevono non solo a saltare e ballare e fare bene, con impegno, le pratiche (divertendosi!!) ma ad avere la stessa agilità, flessibilità, elasticità, resistenza, nella vita, nell’incontrare persone e situazioni, anche disagevoli.

Allora ho le risorse per schivare o fronteggiare gli ostacoli!!!!

Per me è in primo luogo l’impulso a progettare, la prima idea dell’azione che prende forma nella mia mente, subito prima della decisione di agire.

Spesso la sessione di biodanza è un buon test per verificare la (mia) vitalità: in alcuni casi non mi sento per niente vitale, per es. perché non ho avuto un’alimentazione equilibrata e moderata.

In altri casi invece, mi sento alla grande e tutto cambia aspetto: mi godo la lezione, dalla ronda dell’inizio a quella della fine, interpreto gli esercizi soprattutto i dinamici, con forza, e buono smalto, mi diverto nella fatica, il movimento non mi basta mai!

Anche la resistenza è un sintomo lampante: se mi stanco subito vuol dire che non sono in gran forma…

Questo stato generale si riflette molto sulla voglia/capacità di intraprendere la relazione con l’altro, se sto bene ho una sicurezza maggiore, l’intenzione di osare si rafforza, di proporsi positivamente, di “aggredire” nel senso di andare incontro all’altro, con gioia e determinazione, aprirsi (col petto in primo luogo) fisicamente e psicologicamente (vedi camminata con apertura di petto)

VITALITA’ (segue) – LATO “B”

Importante la distinzione tra le funzioni del sistema nervoso periferico: ergotropico e trofotropico e il corretto equilibrio tra i 2.

Interessante come si possa avere la chiara percezione dei 2 sistemi contrapposti, da una serie di indicatori fisici di immediata rilevazione: frequenza cardiaca, pressione arteriosa, respirazione, tono muscolare, ecc.

Nella mia esperienza ho verificato come la pausa, il riposo, i momenti di “inespressività”, di assenza di comunicazione, siano indispensabili per mettere in cantiere, meglio per far germogliare nuovi progetti, idee, semplicemente nuovi atti o azioni, anche le più elementari.

Ho rafforzato la convinzione che tali momenti, che non ho mai trascurato, ma nemmeno pienamente apprezzato, siano essenziali e voglio rivendicarli con un atteggiamento anche “pubblico” che ne riconosca sempre il valore.

Mi sembra che nel mondo in cui vivo, spesso siano privilegiati i momenti “ergotropici”, addirittura celebrati nella religione del superlavoro, che va a finire immancabilmente nello stress: l’atteggiamento iperattivo (degli altri!) è preferito rispetto a comportamenti rilassati che prendono il tempo necessario per fare le cose, magari con un ritmo volutamente blando.

Atteggiamenti del genere sono visti con una certa diffidenza, o addirittura con sarcasmo: mi succede per es. alla mensa dell’ufficio, dove consumo il pasto con un ritmo e tempi decisamente più lenti degli altri commensali, provocandone l’ironia, il compatimento quando non la stizza.

Però anche sull’esecuzione del lavoro, mi accorgo di andare “con i miei tempi” e che questa è stata la causa principale della rinuncia alla carriera e di essermi indirizzato verso un tipo di attività lavorativa che mi consente una gestione più autonoma dei tempi e dello sforzo.

Anche nella scelta delle relazioni mi sembra essenziale l’aspetto trofotropico, cioè quello che mi consente di non accogliere e gestire tutte le persone che incontro o che vorrebbero entrare in relazione con me, ma solamente quelle che, nell’ambito della necessità a volte di “chiudere” i rubinetti della comunicazione, mi sono confacenti, che mi fanno stare bene, giuste.

E allo stesso modo, con le persone scelte io posso graduare il livello di intimità della relazione, modificandolo peraltro in continuazione e adeguandolo alle mie necessità.

Quindi, quando “non sto facendo niente” in realtà PREPARO nuove cose!!!!

C’E’ SEMPRE QUALCUNO CHE TI APPOGGIA!

Lo dice Marinella alla fine del seminario….mi lascia un po’ perplesso….anche se in fondo pensare una cosa del genere mi rincuora….

E’ importante che sia stata detta …per ora….ancora non vedo proprio un’applicazione immediata…ma la lascio lì a decantare e maturare…

BELLEZZA

Vedo le persone più belle di prima…non so se perché sono migliorate loro oppure sono io che le vedo così: direi che va bene in tutti e 2 i casi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

VIAGGIO IN BICICLETTA

A proposito di vitalità…..

Non so nemmeno come nasce questa idea di fare un viaggio in bici a tappe, portandosi tutto il bagaglio dietro, andando “alla ventura” (anche se nella civilissima e attrezzatissima Toscana e non nella savana…). Non me lo chiedo, so solo che ho acquistato autonomia nel kilometraggio e mi sento pronto per andare.

Bella sensazione iniziale di “andare”, esplorare, procedere avanti senza necessità del ritorno, spostando il proprio centro attraverso il mondo, raggiungere una nuova meta in ogni momento, e così fino alla fine della giornata.

Libero, se non altro impegno che pedalare, e godersi la fatica e la libertà.

Il vento sulla faccia, i momenti di esaltazione atletica, quelli di maggiore sofferenza e di fatica, la soddisfazione e il sollievo di raggiungere il traguardo (spesso spostato in avanti durante la giornata, rispetto al programma iniziale).

La consapevolezza che non mi servono tante cose che a Roma ritengo indispensabili e che porto sempre con me come la coperta di Linus!!!

La necessità di ridurre al minimo il peso e l’ingombro del bagaglio mi costringono a selezionare severamente il necessario dal superfluo e ad adeguare le mie abitudini di conseguenza.

Sperimento la resistenza fisica e psicologica dello sforzo prolungato, anche il caldo (che tutti giudicano “insopportabile” in questi giorni) è per me una semplice variabile, un elemento in più della sfida che il corpo sostiene e quindi un attestato aggiuntivo di valore!!

Mi accorgo che il corpo ha risorse molto maggiori rispetto alle aspettative e che ti ripaga con gli interessi dell’allenamento prolungato cui lo hai sottoposto!

Invece di stancarsi, si ricarica, si ritempra e tonifica, dopo una faticata, bastano pochi minuti ed è di nuovo pronto a ripartire.

Mi accorgo di quanti benefici tragga il fisico, in tutte le funzioni, digestiva in primo luogo, da un movimento costante e prolungato.

Abbiamo costretto il corpo, ad uno stile di vita che lo atrofizza, lo rende statico, immobile, che sicuramente danneggia anche a livello psicologico, mi accorgo che siamo stati creati e strutturati per faticare, per spingere il limite dello sforzo, per affrontare rischi ed avversari di ogni genere, per attraversare il territorio e i pericoli che vi si annidano!

Comprendo cosa significa spostarsi da un luogo ad un altro con le forze muscolari (ma doveva essere faticoso anche con i muscoli animali, cavallo o carrozza), il tempo e la fatica che ci vogliono, rivaluto di conseguenza la differenza tra una località ed un’ altra.

Sono grato del progresso umano che mi consente, attraverso le complesse macchine moderne, di infrangere i limiti naturali e percorrere in velocità distanze grandi in tempi irrisori.

Nello stesso tempo, anzi prima ancora, esalto la macchina antica e semplice che è la bicicletta, oggetto metallico con ingranaggi che mi consente di moltiplicare il rendimento muscolare.

Esalto la velocità che raggiungo, la potenza atletica, l’individualismo in me stesso come autore dell’impresa sportiva, il mito della forza, l’audacia, il coraggio, l’ardimento.

Il continuo movimento (in un viaggio del genere si detesta l’immobilità e la stasi) che diventa sinonimo di vita; nello stesso tempo vedo aumentare la sicurezza in me stesso, l’indipendenza, fino all’autarchia ( come un cow boy che gira solo per la prateria con il suo cavallo e nient’altro..), fino ad un atteggiamento predisposto quasi alla sfida e all’ostilità verso il prossimo, premessa di bellicoso antagonismo.

Insomma un manifesto futurista!!!

Nello stesso tempo godo i momenti di pausa, di riposo, necessario dopo la “fatica”.

Lo godo anche da solo, che le forze da ritemprare non gradirebbero altro compagno che l’inattività, anche mentale.

Allora mi abbandono al riposo, pregusto un buon pasto, sorvegliando la dieta e senza stravizi, pensando al viaggio di domani.

Che riparte entusiasta, in vista di nuove mete, nel fresco del mattino presto.

Relazione individuale seminario su Creatività,

Alejandro Balbi Toro, 21-23 settembre 2012

Esperienze di godimento

Disegnare con i colori la faccia del compagno: amore vero per l’oggetto della tua arte, non perché è una persona, o un amico o vuoi fargli cosa gradita, o chissà…..

No, lo ami perché è anche TUO!!!! E ti è necessario per esprimerti, non puoi farne a meno, ognuno è una tela bianca su cui dipingiamo i nostri colori e lo abbelliamo, lo addobbiamo, come ci piace e questo può essere bello anche per lui!! Ma soprattutto avevo bisogno della sua CARNE, della sua esistenza, della sua vita, in una parola di lui (lei). Amore profondo, viscerale, necessario.

Mi pare una “VIOLAZIONE BENEDETTA” della sfera dell’altro!!!!!GODERE DELL’ALTRO!!!!!

Questo può essere il paradigma di una relazione: USO del compagno, nel senso più nobile del termine, mi è necessario e ci trasformiamo a vicenda, non si può fare altrimenti: io devo usare la spregiudicatezza, non posso avere freni, inibizioni, devo OSARE, agire su di lui, sulla sua pelle (come nella pratica), e lui sulla mia. Non posso rimanere DISTANTE, devo contaminarmi, “fecondarlo”!!!

Non solo dobbiamo toccarci, ma ognuno diventa l’opera (d’arte ) dell’altro, e tutto insieme è un’altra opera ancora!!

Mi sono accorto che amavo il compagno in modo nuovo, diverso, gli stavo donando la cosa più bella che ho, la mia “creatività”, il mio estro, la mia voglia di innovare, di esprimere…ma di più: era argilla nelle mie mani, c’era una fusione, come materia che io attraversavo…altro che “andare verso” oppure “condurre a se”…qui quel corpo diventa MIO, facciamo un tutt’uno tra opera e autore, un vero atto d’amore completo, forse simile solo all’atto sessuale, reso virtuale, ma non meno reale, dall’arte.

E lo facevo addirittura usando il suo corpo che lui (lei) offriva, si offriva come strumento della mia arte, ma nello stesso tempo ne era il massimo, anzi unico beneficiario.

Ma se non fosse stata QUELLA faccia, quella persona, e io non la avessi amata, non avrei potuto dipingere in quel modo!

E lo stesso quando era il compagno a pittare la MIA faccia.

Sentirsi al centro del suo amore e della sua inventiva, sentirsi amato non staticamente, in modo fisso, ma DINAMICO (= D’UN AMICO) (forse è l’unico modo) con lo squilibrio (=dislivello) che caratterizza ogni STORIA, ogni emozione: la mia energia che “collassa” (si sbilancia verso un obbiettivo) per convogliare verso quel disegno o pittura.

Pensa se avessimo coinvolto TUTTO il corpo!!!

Forte commozione nella pratica dei 2 cerchi concentrici contrapposti, le mani a contatto con quelle di 2 altri compagni. Sentirsi accolti, compresi, e sostenuti, anche nel pianto, con la compagna che mi soffia amorevolmente sugli occhi per asciugare le lacrime.

Esercizio del ringraziamento

Grande commozione nel dire la mia gratitudine e nell’accogliere quelle – quanto diverse – della mia compagna.

Interessante notare le differenze tra le gratitudini: le sue: la famiglia, gli affetti, i parenti, ecc; le mie: per non aver provato la miseria e la povertà, per avere una casa, ecc.

La fuga notturna e il commissario Montalbano (sensazioni individuali)

Pratica pittura in comune sulla “lenzuolata” e – dopo – messinscena teatrale con interpretazione di un ruolo.

La lenzuolata presenta delle difficoltà pratiche: non riesco ad individuare la mia sagoma, non c’è se non scarsamente definita; difficoltà ad usare i colori, a dipingere nella “bolgia” dei compagni, ecc.

Partecipo ma soffro per creatività afflitta dalla condivisione, rinasco solo quando mi consento(no) di tornare a me stesso (pratica della pittura sul viso del compagno), cioè ad una creatività MIA, vissuta dal mio intimo (anche se “ riversata” su un soggetto “vivo”!!)

Ma la sera vivo questo conflitto: tra la pratica condivisa da una parte (e quindi per me una creatività afflitta, più penosa che niente, dato che si fa assaggiare il piatto levandolo poi di bocca….:-)), e dall’altra la maggiore definizione della mia IDENTITÀ creativa più marcata, accentuata, che comporta un’affermazione forte verso il mio “SENTIRE”, condizione UNICA per poi poter esprimere, e SVELARE quanto compreso (questo il mio “sogno”, vedi dopo : L’Antenna).

Sto vivendo un’esperienza nuova: finora di tanto in tanto ho scritto qualcosa, in occasioni particolari; ora questa inclinazione sta diventando più importante, un appuntamento regolare quasi della giornata, un momento in cui esprimo delle sensazioni che ho provato a biodanza (o altrove), e che magari mi sono appuntato sul momento e che poi sviluppo.

Un momento in cui esprimo la parte più profonda di me stesso, soprattutto è una ricerca che porta ad analizzare le sensazioni provate e, dandole (faticosamente) una forma compiuta, a comprenderle più a fondo, a gettare luce nuova su qualche sensazione che era magari solo accennata o provata di sfuggita. E’ una decrittazione, anche un’indagine!

Quindi diventa una ricerca esistenziale, oltre che una gioia espressiva e un divertimento!

E il risultato diventa una creatura che curo con amorevolezza, con cui mi identifico, che fa parte di me e che quindi “mi porto appresso”.

Questo comporta anche un peso, un impegno (vedi dopo “L’antenna”)……..

Infatti avendo acquisito maggior peso nella mia identità (che prima non lo ammetteva se non da lontano…) devo farci i conti nelle varie occasioni della vita: non è più facile “metterlo da parte” quando può dare fastidio, è una componente che ormai ha assunto importanza e quindi se c’è qualche circostanza esterna che non è tanto compatibile, questo “pezzo” soffre.

Durante le pratiche di creatività condivisa quella identità l’ho sentita sacrificata ad una condivisione, avrei avuto bisogno di affermarla in precedenza in modo pieno e soddisfacente.

Sennò resta monca e infelice.

La mia identità fa i conti forse con un rispetto intimo-interiore che a volte non combacia con le “esigenze” esterne, ancorché di un gruppo attento e delicato come Biodanza.

Si verifica come un corto circuito, un paradosso tra l’antenna rivelatrice (vedi dopo) e gli stimoli che stanno arrivando dall’esterno (pratica biodanza) e a cui siamo chiamati a partecipare.

A volte durante la pratica sono ALTROVE, sto leggendo un altro libro, il mio, o quello di qualcun altro, che in quel momento è PIU’ interessante e istruttivo di quello proposto.

(Spesso si affronta una lieve impostura (finzione) nell’eseguire una pratica, un sorriso, un abbraccio: non sono abituato, non sono pronto.

Lo faccio come mi viene, a volte con un po’ di volenterosa impostura (o quella che credo tale, forse è invece solo agire secondo il proprio sentire!), riscattata però dall’averne consapevolezza.)

Ma io sto seguendo la MIA TRACCIA, da investigatore dell’esistenza, e come un bravo MONTALBANO, devo seguire il mio fiuto, non sempre posso sentire i consigli dei colleghi poliziotti!!!!

Quindi vanno bene le consolazioni (comunque Marinella ……C’E’e questo mi rassicura e mi fa piacere), ma non è che sto soffrendo (oppure sì, ma….non solo) se non partecipo ad una pratica, in quel momento sto facendo anche un’altra cosa!!

Il problema per me è però che ad un cero punto mi sento OUT, avrei bisogno di RITORNO dai compagni su quello che scrivo, forse in realtà su quello che sono.

Sentirmi RICONOSCIUTO, meglio, sentire che qualcuno è entrato in contatto con la mia opera (!!), in qualsiasi modo, perché quella è cominciata a diventare la mia identità!!!!!

E allora se non sento questo, mi sento abbandonato, e siccome Biodanza è la mia famiglia, ecco che interviene l’angoscia da abbandono (e fuga notturna!!)

E questo non solo al seminario, a volte anche nei discorsi, non è facile essere compresi, scambiare opinioni, trovare sostegno.

MI sono riproposto questo programma::

continuare a scrivere (non posso fare altrimenti) magari prendendolo come hobby, in modo un po’ più leggero e meno impegnativo ( è importante quello che mi ha detto Marinella: lo scrivere può essere un motore come spinta anche per gli altri compagni, che possono così sbloccarsi; e poi che magari qualche volta non si sentono di aggiungere altro a quanto già scritto, ma io posso sollecitare amorevolmente un giudizio, un coinvolgimento dei compagni sui miei interventi, dicendo quanto sia importante per me!!!)

cercare compagni di biodanza con cui scambiare esperienze ed emozioni, creando occasioni “giuste” per incontri e scambi, in cui il compagno sia a suo agio per esprimersi: ne ho bisogno!!!!

cercare compagni e situazioni di nutrimento anche al di fuori di biodanza (concerti, arte, ecc).

E’ vero. È importante sapere che sono UNICO (Maria), io lo so, ma ho anche bisogno di altro!

Problematiche ancora più profonde!

M sembra che qui si ponga un problema ancora più scottante, legato alla scoperta di un’identità, come sopra l’ho definita.

La necessità di difendere l’”opera”, averne riconoscimento, va a cozzare con la regola generale, impostami irrevocabilmente(?) con l’educazione e l’esempio paterni, del RISERBO, la dignità per cui MAI è opportuno vantarsi o ricercare il consenso degli altri, sono caso mai gli altri che devono accorgersi di me, stimarmi, apprezzarmi!!

D’altro canto ricercare conferme mi fa paura: che gli altri si stufino di me, che mi considerino un presuntuoso (ORRORE!!!) MA CHI SI CREDE DI ESSERE????

Infrangere la salda diga della modestia, quell’argine sicuro di apparente umiltà, dietro cui viene bene proteggersi da ogni attacco.

Però devo trovare lo stesso il modo per diffondere l’”opera”, scambiarla, farla circolare, trovare contatti.

Creatività (osservazioni varie)

E’ questo il tema del seminario.

Mi sembra emerga che creatività sia innovazione, adattamento, equilibrio e sapersi muovere tra gli istinti. Però questo lo deduco dalla parte teorica, quando è stato chiesto quale era il nostro sogno e quali istinti realizzava e dove è emerso (mi pare) che la creatività sia la capacità di “giostrare “ bene tra gli istinti, per raggiungere il proprio obbiettivo, anche a piccoli passi.

Ma non sono riuscito a cogliere la creatività nelle pratiche, salvo quella della pittura sul volto del compagno.

Non si è nemmeno detto perché dipingere un telo è creativo, che significato ha, che c’entra con gli istinti…..

Sono state pratiche il primo giorno tutte di creatività condivisa: la pittura sul grande telo bianco, dopo aver disegnato il contorno del corpo di un compagno; e poi l’interpretazione di un ruolo assegnato, ma in una rappresentazione comune.

Come detto sopra, mi è mancata la modalità della espressione creativa individuale, la dimensione che in biodanza trovo sempre, di equilibrio tra individuo e gruppo: nel caso particolare della creatività, credo che la dimensione individuale andava coltivata maggiormente, per poi sfociare in quella collettiva.

Nel secondo giorno c’è stata la danza individuale di raccordo tra cielo e terra, che però non sono riuscito a fare perché non mi sentivo.

Però non c’è stata l’affermazione della creatività individuale, nel senso di esclusiva sfera di sovranità, di totale libertà espressiva!

Nemmeno le definizioni di creatività scritte sulla lavagna, sono state discusse, e invece sarebbe stato interessante!!

Insomma non è pensabile ridurre la creatività ad un lavoro di gruppo.

La creatività secondo me – L’Antenna

La creatività, secondo me, è quella che si può raccontare con una storia, che sta dentro una storia:

quando succede un dislivello, un evento, un contrappunto, uno scalino, un corto circuito, un imprevisto, un saliscendi. Altrimenti non succede NIENTE. Che differenza c’è tra imbiancare una parete e dipingere un quadro?

Nella parete, c’è un solo colore, è tutto uguale, “non succede niente”, nel quadro, vengono accostate impressioni diverse, colori e figure diverse, che tra loro creano un….blitz!!!!! un’emozione, una sorpresa, suscitano un’attenzione, il riso o il pianto.

Come quando vediamo qualcuno che inciampa per la strada: ci scappa da ridere! È successo qualcosa: un imprevisto, un contrasto tra l’aspettativa di una camminata normale e l’inciampo!!

Creare per me vuol dire questo: accostare nella vita, in un’azione, in un’opera, elementi che in qualche modo fanno contrasto, stridono o si combinano, ma comunque provocano un dislivello!

In una poesia, in un quadro, una musica, un romanzo, un film, tutto si basa se questa semplice regola: la narrazione è fatta da fatti che prima vanno in su e poi in giù!

Anche le battute comiche funzionano così: un antefatto, una previsione, un finale che sovverte tutte le aspettative, creando uno sbigottimento di sorpresa divertita.

Diventa chiaro in una poesia: c’è un andamento, un’apertura, una descrizione di un fatto e di certe sensazioni, poi succede qualcosa che cambia le carte intavola, poi ne succede ancora un’altra che le trasforma ancora più radicalmente.

E la cosa è piacevole se credibile.

In effetti anche la vita contiene tanti colpi di scena e testa-coda a volte piacevoli, altre meno.

In questo senso comprendo la definizione di R. Toro che la creatività è un fatto biologico, nel senso che non fa che adeguarsi alla vita stessa.

E così infatti anche per la vita: e’ creativa quella azione, quel progetto che innova, nel senso che produce scarto rispetto all’ordinario.

E creare vuol dire questo…ma in effetti non è vero creare, ma percepire una realtà che poi si esprime in questo modo.

Chi crea, secondo me, “percepisce” quel saliscendi e lo esprime, nella vita e nell’arte. Quindi più che creare, “sente” e rivela agli altri quello che ha percepito.

Cioè percepisce quei contrasti che la vita propone, e li rivela in modo che siano più chiari, ma essi esistevano anche PRIMA!!!!

In questo senso è come un’antenna ricevente di cose già esistenti, ed emittente per rivelare in forma accessibile (=percepibile) quanto ricevuto.

Anche io nel mio piccolo (ma super piccolo….) sono un messaggero- testimone-trasmettitore (diffusore, comunicatore) della VERITA’ (realtà) che ho ricevuto!!!!

Scrivendo rivelo (svelo?) una realtà che già esiste, solo che è invisibile, gli passo sopra una vernice che la rende visibile da tutti, oppure come l’aria messa dentro un palloncino, tutti comprendono che c’è!

Ma c’era anche prima, solo che non era percepibile!

Non creo NIENTE !!!!

Quindi questa è l’arte?

Dare forma (visibile o fruibile) a qualcosa che non l’aveva; e una stessa cosa può avere 1000 forme diverse, ma in effetti SONO 1000 cose diverse, ognuna assume una forma propria.

Ogni forma rappresenta una cosa diversa, non esiste una forma diversa per esprimere la stessa, identica cosa.

E BASTA!!!!!!!!!

Di tutto quanto esiste, ricevo, seleziono e trasmetto.

Devo essere PURO per non alterare la trasmissione, per trasmettere con fedeltà a aderenza spietata alla realtà.

Percezione lontana di una massa insostenibile di ”cose”, percezione della sproporzione assoluta tra tutta questa massa e la mia piccola antenna, cioè me stesso, una realtà piccola, limitata.

Come posso rapportarmi, come posso sostenere questa sproporzione?

Come posso non perdermi? Come posso non essere schiacciato?

Non potrò mai ricevere, o comprendere, tanto meno rivelare, tutte le cose.

Posso solo (?) ricevere e trasmettere una cosa per volta, senza perdere tempo.

Mantenere l’antenna vigile e pronta a ricevere e a trasmettere nel modo migliore.

Tralascio la confusione delle cose che ricevo tutte insieme, devo per forza riceverle una per volta, perché la mia antenna (come tutte) funziona solo in questo modo, come la auto al casello autostradale: ne passa solo una per volta, anche se ne arrivano 1000 tutte insieme. Al massimo 2 (se una ha il telepass…)

Impegno

Questa cosa che ho provato a descrivere comporta anche un impegno, nel senso che, avendo capito che questa è una cosa importante per me, forse la più importante fino a diventare “il mio sogno”, il mio compito esistenziale da realizzare nella vita (ORA è quello che penso…) allora è inevitabile metterci non poco impegno, pena la sensazione di “girare a vuoto” nella vita, perdere tempo, pazzeggiare senza costrutto, perdere di vista l’obbiettivo centrale.

E viceversa, impegnarsi nel COMPITO dà un senso di realizzazione, di soddisfazione completa, non solo hai fatto il “tuo dovere” (che qualcuno ha stabilito per te, chissà quando e chissà perché), ma stai spendendo la vita nel (unico) modo utile, in quanto realizza il tuo “destino” o la tua missione.

Relazione individuale seminario,

18-20 gennaio 2012 (Progetto Minotauro)

Esposizione sistematica delle paure nel cartellone affisso alla parete, ce n’è un vasto assortimento.

Distribuzione della popolazione per classi di paure.

Assegnazione ad ognuno della pratica di competenza, nel tentativo di farla emergere e spingere la persona ad affrontarla.

Una valanga di lacrime e ….fazzoletti a volontà!!!!

Il melodramma dietro l’angolo, la rappresentazione dello spettacolo della finitezza umana….la ripetizione dello stesso fino a che lo spettatore lentamente si abitua, scemando gradualmente la….”sensazione” per lasciare il posto a stanca partecipazione.

Forse così un cronista avrebbe potuto descrivere quanto avvenuto ieri, non molto lontano dalle mie prime impressioni…

Poi succede che vedi, vedi soltanto, assisti….all’uomo, senza tante altre parole. E ti appare nella sua fragilità, nel suo tentativo (immane e vano?) di affermarsi, di affrancarsi da una condizione di precarietà, di incertezza, di fragilità, di inadeguatezza. A questo assistiamo.

E quel piccolo essere che avanza perentorio a ricercare la sua determinazione, che percorre il cerchio con sguardo deciso, come fosse la sua vita, che cerca di indirizzare e orientare come vuole lui. Ed è tutt’uno immaginare le incertezze, le pause di esitazione, le retromarce impaurite, le vite lasciate in sospeso, senza guida, o affidate ad altri, magari non legittimati.

Lo sforzo titanico che accompagno con un brivido di orgoglio e partecipazione, fino a cogliere addirittura la verosimiglianza, forse la verità, la plastica rappresentazione della realtà.

Un compagno, coi suoi passi che ritiene certi, non si accorge di mostrare l’incertezza che cerca di vincere, provando per la prima volta forse a incedere libero e sicuro, senza altro pensiero che l’obbiettivo da raggiungere.

Ancora un giro del cerchio, poi gli abbracci, la solidarietà di tutti.

Sì vabbè – penso con un po’ di impazienza – ho capito…qui è sempre la stessa solfa…il piccolo anatroccolo goffo e insicuro spinto a fare il primo volo fuori dal nido. Se lo dobbiamo fare tutti, affittiamo domani!!

Il “sano”distacco dell’ironia prende ancora il sopravvento.

Ah ecco ora tocca alla mia amichetta: allunga il passo, ostenta sicurezza nella falcata, solo sul viso rimane una piccola ombra che sembra trattenere lo srotolarsi pieno e senza freni della vitalità….coraggio, ce la fai, sicuramente ce la fai….hai già fatto un bel pezzo di strada…ti accorgi che è quella giusta, vero? Io sono con te!! Anche se non posso sostituirmi a te!

Non c’è pausa, il ritmo è incalzante, ad un’altra compagna si propone di sentire l’energia universale, (che scalda il sole e fa sbocciare i fiori), abbandonandosi ad essa.

Quella creatura, manco a dirlo, tentenna, vibra di paura, soffre visibilmente, ritenendosi, misera, bastevole a se stessa (a questo l’ha convinta l’asperità incontrata)

L’urlo silenzioso lo ascoltiamo tutti, quello che squarcia

l’ inganno falso dell’autosufficienza.

Dài piccola, è una battaglia che si può combattere,

e ricco e grande il premio che ti aspetta,

godere l’infinito, tu particella minima e (s)perduta!!!

Ce la farai sono certo, già ci sei!!

I passi che ora fai davanti a noi

Ti porteranno ovunque, se lo vuoi!!

Per me però non basta…partecipo per un po’ e mi commuovo, ma subito dopo, che diavolo, torno al mio stato malinconico e incerto, parzialmente distaccato.

I fazzoletti circolano, le lacrime scendono giù, i nasi tirano su.

Una parentesi sensuale erotica ci può stare, anzi ci vuole….le luci si abbassano, come qualche reggiseno….

Il corpo nudo moltiplica la percezione e la sensibilità, quando accarezzo la compagna da volontario, me ne accorgo….

L’inibizione cala, si fa più audace la mano e la carezza. Il tocco sa dove andare e cosa fare, senza malizia e stupidi moralismi. La sapienza dettata dal piacere

La giornata di sabato volge al termine, sono stanco e ho mal di testa…chiudo qui vado a casa a leccarmi le ferite e ristorare corpo e anima….che diavolo ho bisogno di ritirarmi un pò!!! E poi – penso soddisfatto – in tutte le paure affrontate nelle prove (e meno male che il cerchio di fuoco non bisogna farlo!!) io…non ci sono!!

Vuol dire che sono veramente evoluto e realizzato!!!! ahhhhhhhhh….

Domenica mattina, arrivo tardi, appena dentro la sala vedo Gill indaffarato a sistemare tutti i compagni in una specie di serpentone.

Ah meno male facciamo un tunnel così ci rilassiamo…

Vana fu la speranza…..NON è un tunnel, ma un labirinto!!!!

una trappola….cavoli ci risiamo, sicuramente un’altra prova tosta…chi sarà il “malcapitato” (speriamo non tocchi a me…)??

L’esercizio è proprio questo, scontrarsi con le difficoltà, resistere, insistere e trovare una via d’uscita perché C’E’!!!

Vedo il compagno che arranca tra le file di persone, disposte come ostili macigni sulla via, si arrotola sull’infido percorso, strusciandosi disperato su quelle superfici ruvide e inospitali.

Si dibatte come farfalla sul vetro, senza CAPIRE che c’è una via di fuga.

E insiste, insiste, ostinato e cieco, miserabile creatura incapace di VEDERE….la realtà.

Non c’è una rappresentazione più plastica della condizione umana.

Sono IO che mi sto dibattendo dentro quell’intestino cieco, fatto di umani, messi a bella posta per renderti difficile il cammino, metterti alla prova.

E sudi e piangi che non trovi scampo,

non sai che un buco per uscire infine c’è?

E io con te soffro e ti sto accanto

In quella lotta al buio,

La lacrime che scendono

non è solidarietà… …le piango PER ME!!!

Sono io che faccio quelle prove, è mio il dolore che altri sente.

Scende anche la pioggia sui vetri alla finestra…

scorre lo stesso e nutre i nostri cuori

Salvandoli da riarsa aridità.

Ormai sono fatto….mi dico, sono cotto di emozioni e commozione, però mi sento anche integro, UNO, non più separazione dentro di me, né sentimenti contrastanti di distacco, di abbattimento, di scarsa consapevolezza, mi accorgo che sto bene così, anche senza fare niente, senza DOVER manifestare qualcosa, un abbraccio, un sorriso, sono centrato e sto in armonia con me stesso, da solo o con gli altri.

Svanisce anche l’orgoglio di non essere stato chiamato alle prove…..sarebbe stato inutile, del resto…

Ecco che Marinella, con l’espressione accorata del viso, mi chiama a dire il mio nome, declamandolo di fronte a tutti per interno, senza le riduzioni (Ale, Al) che abitualmente gli infliggo e che – afferma commossa – non sono che meccanismi di autoboicottaggio nell’esprimere se stessi e nell’autostima. Corpo e spirito sono “grandi” e non devo ridurli, ma esprimerli per me stesso e per tutti!

Anche Gill ci mette del suo: puoi farcela! – mi incoraggia.

Mi ha sempre creato un certo disagio pronunciare il mio nome, seppure in una semplice presentazione o per rispondere alla prima domanda quando ci si conosce.: è un nome troppo lungo, e pronunciarlo è la rappresentazione, in una sola parola, dei miei “vergognosi” saliscendi emotivi.

Ben consapevole delle difficoltà, comincio in genere con voce impostata e tono fintamente perentorio, apro il “discorso” con orgogliosa sicurezza, anche per darmi autorevole sembianza.

IL NOME: UN RACCONTO INTERO IN UNA PAROLA SOLA

Rendo il mio racconto

Di una parola sola

Al mondo intero

Se vuole ascoltarlo

S’apre la bocca in un gesto imperioso,

Il suono della “A” dell’iniziale:

esce la voce ferma e volitiva

armato di coraggio e volontà,

dimentico di incertezza e di paura…

questa la mia consolazione

rimanda a esclamazione di sorpresa

come se dicessi “ah, però”

ammirazione verso qualche cosa.

Le belle cose devono durar poco,

Nemmeno ho cominciato a far figura

che arrivo alla “e” di Ale,

una discesa triste ma obbligata

me ne rammarico

ma devo confessar che c’è un rinculo,

serpeggia non gradita ritrosia,

se non proprio voglia di mollare

son certo in calo tensione ed energia.

Grava la cognizione che lunga e impervia

sarà la strada per giungere al traguardo,

quell’”andro” conclusivo ed agognato

sospiro di sollievo per la raggiunta meta:

sogno lontano e irraggiungibile,

almeno con la dovuta compostezza.

Tralicci che ostruiscono il percorso son quelle “esse”

che trovo sulla via… ci inciampo e supero a fatica…

son come sabbie mobili che frenano ed intrappolano il cammino,

rischio di perdermi e non uscirne più….

Si parte ancora, impossibile la sosta

certo minati nella sicurezza,

per arrivare alla seconda “a”,

nel vano tentativo di tornare

ai baldanzosi fasti dell’avvio.

ma voce si fa stenta, si incrina la dizione,

stanco e sbracato lo sforzo,

tardivo e inutile il rincorrere il perduto,

il già avvenuto e scorso.

Voce incrinata e commossa da incertezza.

Si avvista alfine lo stadio conclusivo,

affranti si scende l’ultimo gradino,

scossi e frustrati per la fatica fatta,

per aver perso ordine e decoro

in quel declamare sfuso e altalenante.

Stavolta invece lo dico con orgoglio,

percorro il lungo tratto con lo stesso passo,

anzi aumento di ritmo.

Non sfuggo né rinuncio né vacillo

Le losche insidie di quella parola,

che si allunga fino a dismisura.

No anzi amo indugiar tra le vocali,

moltiplicate nello svolgimento,

godendomi le chance che offrono

come paesaggi nuovi al pellegrino.

Ogni voluta mi fa protagonista

di altro scenario e spuntano energie,

che ritenevo non avere proprio.

Rendo il mio racconto di una parola sola

Al mondo intero se vuole ascoltarlo.

Relazione individuale seminario (Marlyse Appe) sulle posizioni generatrici, 25-26 maggio 2013

Le posizioni generatrici

È stato interessante affrontare un argomento come le posizioni generatrici, così particolare e diverso dalla ordinaria pratica di Biodanza.

In Biodanza si sviluppa un continuo movimento, per realizzare con la danza determinati stati d’animo o particolari emozioni individuali o nell’incontro.

Per cui alla fine determinati effetti si producono al termine della danza o della sessione.

Nelle posizioni generatici, invece, vi è già la cristallizzazione della conoscenza nella postura, cosicchè, pur rimanendo fermi, salvo il movimento che occorre per realizzare la postura, l’effetto emotivo-conoscitivo-vivenciale si produce di per sé, è già “bell’e fatto”!

Questo mi ha molto ricordato le posizioni yoga (asana) che per l’appunto sono posture fisse, che producono al contempo effetti fisici, fisiologici e psicologici.

Con le posizioni generatrici, poco affrontate nelle lezioni settimanali, si apre un capitolo del tutto particolare della biodanza, un aspetto “insolito”, apparentemente contradittorio rispetto alla pratica comune, fondata sul movimento “libero”.

Mi ha dato l’impressione di completamento della disciplina, come apportasse un contributo di severità e saldezza ad una pratica che era possibile ritenere più volatile.

Il richiamo alle antiche discipline orientali (inevitabile il confronto con lo yoga, maestra delle posizioni fisse) costituisce un ancoraggio forte e stabile, mi ha dato la sensazione di una parte matura e compiuta della biodanza, in cui comunque sono affermati valori fondamentali dell’esistenza umana.

Gli archetipi infatti costituiscono modelli di comportamento universale, comune a tutte le culture, che ogni uomo vive e interpreta nella sua propria vita.

È una sensazione appagante poter contare su questo apparato, uno strumentario così variegato e completo, per esprimere e conoscere i potenziali umani e nello stesso tempo è consolante poter disporre di tale risorsa cui ricorrere in caso di bisogno.

Impressionante la apparente semplicità dei gesti che costituiscono le posizioni, evocando il modello archetipico (come dice Marlyse: le cose grandi sono semplici!)

E come è efficace interpretarli per vivere quella vivencia!

Il seminario

Anche il corso del seminario segue lo stesso schema lineare, come a voler ricalcare anche qui il senso dell’insegnamento, rimanendo chiari e facili da seguire: una posizione dietro l’altra, con corredo di immagini per supportare l’antichità e universalità del modello, spesso ricorrendo all’arte, forma che esprime necessariamente gli archetipi.

Ribadito in proposito il collegamento con l’origine sacra della nostra vita, che poi si perde per motivi estrinseci socio-culturali.

Tra le posizioni generatrici mi hanno colpito molto tutte quelle sull’identità, valore, espansione uomo-stella, in cui ho sperimentato maggiore coinvolgimento provando consapevolezza dei miei limiti e nello stesso tempo commozione e forza.

Importante anche la posizione dell’ispirazione, il gesto iniziale della creazione dell’opera, subito dopo l’intuizione-idea e subito prima della realizzazione vera e propria: quel momento magico e carico di speranza e aspettativa, l’emozione del nuovo che sta per arrivare, che io sto per creare! Ma è ancora in divenire, solo in bozza e va curato molto, potrebbe bastare niente per perderlo per sempre!

Un momento molto forte è stata per me la vivencia dell’autodonazione, in cui l’atto sessuale donato come gioia e piacere mi ha dato una emozione molto forte e la necessità di essere protetto e accudito subito dopo (fortunatamente molto bene dalla compagna!). Era l’esperienza dell’amore, donato e perciò stesso ricevuto.

Il seminario mi ha dato la sensazione di un grande ripasso delle cose trattate finora e l’impressione-consapevolezza di avere un certo patrimonio dentro di me che si è formato lentamente in questi mesi (anni, ormai…), da avene cura e ancora da sviluppare e non disperdere!

PARIGI 16.11.1972

Materia: RECUPERO E PROTEZIONE DI BENI CULTURALI – ECOLOGIA

CONVENZIONE RIGUARDANTE LA PROTEZIONE SUL PIANO MONDIALE DEL PATRIMONIO CULTURALE E NATURALE

Depositari accordo: UNESCO

La Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, riunita a Parigi dal 17 ottobre al 21 novembre 1972 in diciassettesima sessione,

Costatato che (il patrimonio culturale e il patrimonio naturale sono ) OGNI VITA è vieppiù minacciata di distruzione non soltanto dalle cause tradizionali di degradazione, ma anche dall’evoluzione della vita sociale ed economica che l’aggrava con fenomeni d’alterazione o distruzione ancora più temibili,

Considerato che la degradazione o la sparizione di (un bene del patrimonio culturale e naturale ) OGNI VITA è un appoverimento nefasto del patrimonio di tutti i popoli del mondo,

Considerato che la protezione di (questo patrimonio ) OGNI VITA su scala nazionale rimane spesso incompleta per l’ampiezza dei mezzi necessari a tal fine e su l’insufficienza delle risorse economiche, scientifiche e tecniche del paese sul cui territorio il bene da tutelare si trova,

Ricordando che l’Atto costitutivo dell’Organizzazione prevede che questa aiuterà il mantenimento, il progresso e la diffusione del sapere vegliando alla conservazione e protezione (del patrimonio universale) di OGNI VITA e raccomandando ai popoli interessati convenzioni internazionali a tal fine,

Considerato che le convenzioni, raccomandazioni e risoluzioni internazionali esistenti in favore dei beni culturali e naturali dimostrano l’importanza, per tutti i popoli del mondo, della tutela (di questi) di OGNI VITA, bene unico e insostituibile indipendentemente dal popolo cui appartiene,

Considerato che (certi beni del patrimonio culturale naturale ) OGNI VITA offre un interesse eccezionale che esige la sua preservazione come elementi del patrimonio mondiale dell’umanità,

Considerato che dinanzi all’ampiezza e alla gravità dei nuovi pericoli spetta alla collettività internazionale di partecipare alla protezione (del patrimonio culturale e naturale di valore universale eccezionale ) di OGNI VITA mediante un’assistenza collettiva che, senza sostituirsi all’azione dello Stato interessato, la completerà efficacemente,

Considerato che è indispensabile adottare a tal fine nuove disposizioni convenzionali per attuare un efficace sistema di protezione collettiva (del patrimonio culturale di valore universale eccezionale) di OGNI VITA, organizzato permanentemente e secondo metodi scientifici e moderni,

Dopo aver deciso nella sedicesima sessione che questo problema sarebbe stato oggetto di una Convenzione internazionale,

Adotta in questo sedicesimo giorno di novembre 1972 la presente Convenzione.

I. Definizioni del patrimonio culturale e naturale

Art. 1

Ai fini della presente Convenzione sono considerati «patrimonio culturale»:

􀂃 i monumenti: opere architettoniche, plastiche o pittoriche monumentali, elementi o strutture di carattere archeologico, iscrizioni, grotte e gruppi di elementi di valore universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o scientifico,

􀂃 gli agglomerati: gruppi di costruzioni isolate o riunite che, per la loro architettura, unità o integrazione nel paesaggio hanno valore universale eccezionale dall’aspetto storico, artistico o scientifico,

􀂃 i siti: opere dell’uomo o opere coniugate dell’uomo e della natura, come anche le zone, compresi i siti archeologici, di valore universale eccezionale dall’aspetto storico ed estetico, etnologico o antropologico.

Art. 2

Ai fini della presente Convenzione sono considerati «patrimonio naturale»:

– i monumenti naturali costituiti da formazioni fisiche e biologiche o da gruppi di tali formazioni di valore universale eccezionale dall’aspetto estetico o scientifico,

– le formazioni geologiche e fisiografiche e le zone strettamente delimitate costituenti l’habitat di specie animali e vegetali minacciate, di valore universale eccezionale dall’aspetto scientifico o conservativo,

– i siti naturali o le zone naturali strettamente delimitate di valore universale eccezionale dall’aspetto scientifico, conservativo o estetico naturale.

Art. 3

• Spetta a ciascuno Stato partecipe della presente Convenzione di identificare e delimitare i differenti beni situati sul suo territorio e menzionati negli articoli 1 e 2 qui sopra.

II. Protezione nazionale e protezione internazionale del patrimonio culturale e

Naturale

Art. 4

Ciascuno Stato partecipe della presente Convenzione riconosce che l’obbligo di garantire l’identificazione, protezione, conservazione, valorizzazione e trasmissione alle generazioni future (del patrimonio culturale e naturale di cui agli articoli 1 e 2, situato sul suo territorio) di OGNI VITA, gli incombe in prima persona. Esso si sforza di agire a tal fine sia direttamente con ilmassimo delle sue risorse disponibili, sia, all’occorrenza, per mezzo dell’assistenza e della cooperazione internazionale di cui potrà beneficiare, segnatamente a livello finanziario, artistico, scientifico e tecnico.

Art. 5

Per garantire una protezione e una conservazione le più efficaci possibili e una

valorizzazione la più attiva possibile (del patrimonio culturale e naturale situato sul loro territorio) di OGNI VITA , gli Stati partecipi della presente Convenzione, nelle condizioni appropriate ad ogni paese, si sforzano quanto possibile:

a. di adottare una politica generale intesa ad assegnare una funzione ( al patrimonio culturale e naturale ) ad OGNI VITA nella vita collettiva e a integrare la protezione di questo patrimonio nei programmi di pianificazione generale;

b. di istituire sul loro territorio, in quanto non ne esistano ancora, uno o più servizi di protezione, conservazione e valorizzazione (del patrimonio culturale e naturale) di OGNI VITA, dotati di personale appropriato, provvisto dei mezzi necessari per adempiere i compiti che gli incombono;

c. di sviluppare gli studi e le ricerche scientifiche e tecniche e perfezionare i metodi di intervento che permettono a uno Stato di far fronte ai pericoli che minacciano (il proprio patrimonio culturale o naturale) OGNI VITA;

d. di prendere i provvedimenti giuridici, scientifici, tecnici, amministrativi e finanziari adeguati per l’identificazione, protezione, conservazione, valorizzazione e rianimazione di (questo patrimonio) OGNI VITA;

e. di favorire l’istituzione o lo sviluppo di centri nazionali o regionali di formazione nel campo della protezione, conservazione e valorizzazione (del patrimonio culturale e naturale) di OGNI VITA e promuovere la ricerca scientifica in questo campo.

Poesie

Marlyse

La guardo perplesso da lontano

Quasi mi intimidisce.

Solo alla fine, un poco circospetto,

ardisco avvicinarmi.

Allora mi commuovo.

La sensazione di restare accanto

ad un bene prezioso,

lasciarsi andare a quelle braccia vecchie,

sentirsi un granellino di fronte alla sapienza

un po’ sperduto ed errante:

non so nemmeno bene cosa provo

ma certo non ho voglia di andar via!

Assume sembianze amabili e paffute

Il soave e truce tocco della realità,

Il volto di castagna

con due fari rivolti verso il mondo.

Inoffensiva e tenera come un sorriso

Sembra disporre di un’unica espressione

Come uno specchio cui non puoi sottrarti

Ti rende unicamente quel che porgi .

Non toglie e nemmeno aggiunge nulla

Resti soltanto quello che già sei

Anche se cerchi, speri, agogni

Di guadagnar diversa via d’uscita.

Una strizzata d’occhio compiacente

Che possa dare spazio all’illusione,

una parola inutile o messa fuori posto

che ti rincuori sulla tua viltà;

e speri in un mezzo passo falso

che incrini la durezza del messaggio

come una crepa sopra una corazza.

Inutile illusione, anche se sottinteso,

il tono è perentorio, quando avverte:

non c’è alternativa all’esistente!

Mi insegni ad usare le parole,

seppure in altra lingua,

senza verbose aggiunte o

sprechi malandrini,

nessuna digressione per compiacere

o proprio rigirare

la fiducia dell’ascoltatore.

Ritorna la funzione originaria

Del Verbo come nacque

Per definire cose e idee

E trasmetterle: la verità,

solo la verità, nient’altro che la verità!

Come un testimone fedele al giuramento,

può dichiarare solo ciò che sa,

tutto il resto è…nulla,

anzi una perversione

sulla tua strada per l’autenticità,

per ritrovare quel te stesso

che devi realizzare nella vita.

La vita è una, mica ne hai una serie,

questo l’implacabile messaggio

che, ornato di sorriso,

ti sbatte sulla faccia,

la staffilata che non può evitarti,

a pena di macchiarsi di spergiuro.

Hai capito cosa è l’oggi?

Soltanto il passato di domani!

Son qui per insegnartelo di nuovo.

Pure l’ingenua gratitudine,

Mostrata dai discepoli interdetti,

Diventa un inutile giochetto,

come carezze date ad una roccia,

ancora tentativi di ammansire

la belva indomabile

di quello che è realtà.

Muoviamoci, partiamo, questa l’unica via!

trovarci pronti al flusso della vita:

come una culla affidata alla corrente

non sai se la rovescerà.

Ma intanto per un tratto fa da strada

Mentre l’acqua gorgoglia diseguale.

Segmentario d’autunno

Il viaggio tumultuoso?

Sì, pedalare in fuga e senza sosta,

le corse nei paesaggi, il vento contro,

l’incanto e le scoperte, i rari incontri:

avevano creato – lo credevo –

il mezzo riempimento dell’estate!

Sembra però ch’io abbia perseguito

Null’altro scopo che  ingannare il tempo

Per alla fine ritrovare questo:

musica dolce, persuasiva e ariosa

durante il lento moto segmentario

che mi concede – novità inattesa –

di nuova gioia disegnare il volto.

Un sassolino increspa – finalmente –

Lo specchio ristagnante d’acqua ferma,

Dal centro si allontanano le onde

Su superficie modellata a spire,

freschezza che ristora dall’arsura.

Non invitata e giunta da altra sponda,

profila un’ombra su quel sentimento,

bizzarra l’allegria che resta  addosso:

quella che provi quando scopri un vecchio

nell’atto indecoroso di giocare.

TUONO

Luisa ci fa sentire una musica a occhi chiusi, bellissima, grandiosa.

Sembra portarci tutti in altra dimensione. Anzi, forse è la nostra dimensione.

Tutti siam rapiti dal momento.

Le giuste parole hanno introdotto

le spiegazioni dotte,

i validi concetti: grandezza, notte dei tempi,

vita, cellula, evoluzione.

Anche la musica, grandiosa ed ispirata

evoca il destino della specie

e di ogni singolo individuo.

Tutto congiura per tornare indietro,

per dilatar la nostra dimensione,

per viaggiare nel tempo:

le lettere a formare la parole

le note per la melodia.

Sono le piccole grandi droghe

che l’uomo ha preparato

E può somministrarsi a piacimento…

Nei migliori casi…

In altri invece le usa per distruggersi.

Ma proprio quando quella droga buona

Sta facendo effetto,

e l’anima si incanta e si compiace,

Il suono naturale

-rombo di tuono dentro al temporale

fragore turbolento e minaccioso –

irrompe e spazza tutto,

attacca le precarie note,

e inonda di brividi ancestrali,

non più posticci simulacri

per quanto benemeriti.

Annichilisco.

Tanto resiste la mia costruzione?

Il primo alito di vento, l’accenno  di burrasca,

smantella tutto?

Ma giustamente!

La voce del tuono grave e roca,

del rombo che impauriva gli antenati,

disperde il grazioso e delicato orpello,

che l’uomo creò per allietarsi,

o meglio per trovar rimedio

a quell’oscurità.

Che ora però si ripresenta

Solenne ma terribile.

Basta lustrini, canzoncine,

belle parole che

l’animo sente pur di appartenere.

No. Quel tonfo fragoroso,

che lo scienziato definisce

scontro di elettroni

e il bimbo fa tremare,

azzera gli stratagemmi umani

per aggrapparsi a flebile speranza

appesa al logos: verbale e musicale.

Ritorna la brutalità della natura.

E della vita. Elementi…

Destino che sbriciola

E che annienta.

Quel suono travolgente supera

E disperde l’ordine fragile

Che l’uomo costruisce.

Dapprima lo raggiunge,

poi lo sovrasta, infine non ne lascia

alcuna traccia. Se non il rimpianto.

Marlyse

Un discorso a parte merita l’insegnante ma…vedi poesia di seguito:

Assume sembianze amabili e paffute

Il soave e truce tocco della realità,

Il volto di castagna

con due fari rivolti verso il mondo.

Inoffensiva e tenera come un sorriso

Sembra disporre di un’unica espressione

Come uno specchio cui non puoi sottrarti

Ti rende unicamente quel che porgi .

Non toglie e nemmeno aggiunge nulla

Resti soltanto quello che già sei

Anche se cerchi, speri, agogni

Di guadagnar diversa via d’uscita.

Una strizzata d’occhio compiacente

Che possa dare spazio all’illusione,

una parola inutile o messa fuori posto

che ti rincuori sulla tua viltà;

e speri in un mezzo passo falso

che incrini la durezza del messaggio

come una crepa sopra una corazza.

Inutile illusione, anche se sottinteso,

il tono è perentorio, quando  avverte:

non c’è alternativa all’esistente!

Mi insegni ad usare le parole,

seppure in altra lingua,

senza verbose aggiunte o

sprechi malandrini,

nessuna digressione per compiacere

o proprio rigirare

la fiducia dell’ascoltatore.

Ritorna la funzione originaria

Del Verbo come nacque

Per definire cose e idee

E trasmetterle: la verità,

solo la verità, nient’altro che la verità!

Come un testimone fedele al giuramento,

può dichiarare solo ciò che sa,

tutto il resto è…nulla,

anzi una perversione

sulla tua strada per l’autenticità,

per ritrovare quel te stesso

che devi realizzare nella vita.

La vita è una, mica ne hai una serie,

questo l’implacabile messaggio

che, ornato di sorriso,

ti sbatte sulla faccia,

la staffilata che non può evitarti,

a pena di macchiarsi di spergiuro.

Hai capito cosa è l’oggi?

Soltanto il passato di domani!

Son qui per insegnartelo di nuovo.

Pure l’ingenua gratitudine,

Mostrata dai discepoli interdetti,

Diventa un inutile giochetto,

come carezze date ad una roccia,

ancora tentativi di ammansire

la belva indomabile

di quello che è realtà.

Muoviamoci,  partiamo, questa l’unica via!

trovarci pronti al flusso della vita:

come una culla affidata alla corrente

non sai se la rovescerà.

Ma intanto per un tratto fa da strada

Mentre l’acqua gorgoglia diseguale.

Varie

Aggiungo un’altra poesia, cominciata prima e finita dopo il seminario.

AVEVANO RAGIONE

Tutte le spasimanti

Sedotte o non sedotte

Possono consolarsi oggi

Vedendo che non fu colpa loro

Esser lasciate o nemmeno scelte.

Lo status solitario del soggetto,

Compagno, seppure in permanenza,

soltanto di se stesso,

Conforta a posteriori e fa pensare

Che lì dimora il tarlo, mica altrove,

Riguarda tutte e non una sola.

Non si poteva cavarsene alcunché.

E questo – vi assicuro – tira su.

In fondo mi condona

Verso qualcuna ma anche verso tutte:

Manco da me dipese

– proclamo sottovoce –

Se fu un atteggiamento… universale.

Non fu una colpa avuta verso alcuna

Ma il mio stile di vita

Condotto addirittura con coerenza.

Questo potevo fare e questo ho fatto:

Rappresentar me stesso

Anche in quell’atto

Innaturale e ostile

Di ricercar sostegno

In qualche sventurata compagnia.

Perché ormai l’ho capito:

La percezione della vacuità del mondo

Certi momenti è troppo repentina

Per consentir gli indugi e i tempi morti

Del vivere in comune.

Ambisco solo ritirar le armi;

Come un bagaglio che hai dimenticato,

appoggiato ad un muretto

Con aria indifferente e sguardo altrove.

Sì… mi sgomenta la prossimità!

antipensiero irrompe

a centottanta gradi dalla rotta,

per profanar la relazione in corso

(sempre pronta vi sia la via di scampo!):

deformità scovata su quel viso,

sentirsi mostro o, quanto meno,

Inadeguato per la socialità.

(Il mondo si fa sovraffollato

Da moltitudine vociante

Seppur con la presenza di uno solo.)

Lo sai, basta un momento, una contrarietà

Per sprofondare in rapida emergenza:

pretendo, inquieto e fragile,

che altri colmi il vuoto,

pena il disprezzo e odiosa intolleranza

(spietato esigo mi si dia sostegno).

(L’abisso che si crea

–  e smorfia assume il viso –

annulla la fiducia

posta alla base dello stare insieme.)

Aver ancora accesso alla speranza?

O invece sia opportuno

lasciarla a chi ha diritto,

legittimato per età e disagio?

Temo che infine solo il rassegnarsi

diventi la reazione più onorevole.